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Non c’è cura al Mal d’America

“Mi è rimasto un pezzo d’America incastrato fra i sogni”

— Giulia Giovacchini
tratto da “Mille Sogni, Mille Tramonti”

“Di nuovo.
Questo mal di pancia se penso all’America lo sento di nuovo.
Soffro di mal d’America. E non c’è cura. Mica posso andare dalla dottoressa e chiederle se c’è qualcosa che posso prendere per placare questo male.
No.
Non c’è. Mi guarderebbe come si guarda un pazzo e mi consiglierebbe uno psicologo. Un professionista buono e anche costoso.
Ma potrei spiegarle che quando si scopre l’altra parte del mondo poi è tutta un’altra storia. E quel mal di pancia non passa mica così.
Ma non capirebbe, e mi consiglierebbe uno psicologo.
E allora potrei mettermi lì a raccontarle di quant’è bello il mondo. Quel poco che ho visto, ma che comunque ho visto.
E mi arrabbierei con me stessa. Perché determinate cose non si possono raccontare.
Determinate cose perderebbero di significato se venissero spiegate.
E lei mi chiederebbe qual’è stata la cosa più bella che ho visto.
E la cosa più bella che ho visto è stato tutto.
E “tutto” non è una cosa.
Tutto è tutto. Punto e basta.
Anzi. Potrei dirle che per un po’ ho visto cos’è la felicità. E che quella è stata una delle cose più belle che ho visto. Ma poi capirei che la felicità non è una cosa. E allora sarebbe solo un’altra risposta sbagliata.
E mi guardarebbe come si guarda una pazza. E saprei già cosa mi consiglierebbe.
E mi direbbe che ha gente in coda. Di quelli che hanno mal di pancia davvero, magari.
Ma giuro che pure io ho il mal di pancia.
E il mal di testa che mi sta supplicando di ripartire di nuovo. Di non fermarmi qua. Di mollare tutto e andare.
Che le mie gambe si subirebbero ancora quelle 14 ore di aereo senza riposarsi. Che sono pronte per scalare di nuovo un’altra montagna.
Che i miei occhi accetterebbero di nuovo di non riposarsi per quasi due giorni interi. E che sarebbero pronti per vedere di nuovo quell’oceano.
Che credo di essermi innamorata di tutto quel che ho visto. E che sento le farfalle nello stomaco pure io.
E che forse non sono farfalle. E cercherei di farglielo capire. Credo siano piuttosto elefanti. Perché fanno molto più trasando di un paio di farfalle.
– Dottoressa, come si curano gli elefanti nello stomaco? –
E niente, mi guarderebbe male di nuovo. E di nuovo lo stesso consiglio.
Ma no. Non ci voglio andare dallo psicologo perché ho gli elefanti nello stomaco.
Se c’andassi, racconterei pure a lui di quant’è bello essersi sudati la felicità e essermela surfata prendendo un’onda del Pacifico dopo mesi senza aver visto mare, o farsi travolgere a 110 all’ora, da quella felicità, percorrendo la Route 66 con il braccio fuori dal finestrino. E che l’ho trovata pure nel mezzo al deserto, sudata e piena di sabbia pure lei come me, che guardava il sole scendere alle 8 e 20 di sera. E mi ci sono seduta accanto per un po’. E abbiamo guardato il tramonto insieme.
E mi prenderebbe per pazza pure lo psicologo.
O forse no.
Perché magari pure lui c’è stato in America, e capirebbe fin da subito. E allora parleremmo per ore e ore senza sequenze logiche o temporali.
E mi spiegherebbe pure lui che non c’è cura.
E che quel mal di stomaco è il male più bello che una persona possa avere.
Che è la conseguenza all’America,
alla scommessa che uno punta su quel viaggio.
E che quella, alla fine, è la vincita più alta che si può esser fieri di ottenere”.

tratto da “Mille Sogni, Mille Tramonti”, il mio primo libro autopubblicato. Acquistalo adesso!

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