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La forza di viaggiare mi ha aiutata a reagire


La prima volta che capì che avrei dovuto percorrere la MIA strada era quando finì sul lettino di un ospedale. Ebbi così tanta paura che promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per realizzarmi, a costo di andare in quella direzione considerata anticonformista. Ma poi se la conformità è esser tristi e apparentemente appagati da una vita in cui gli spiragli di felicità sono molti meno di quelli di tristezza, io voglio essere anticonformista.
Voglio essere “anticonformamente felice”.
E la strada per essere felici, in questo mondo, in questa società, è così lunga e tortuosa. Avevo 16 anni.
Ero talmente piccola che mi dimenticai presto questa cosa. E niente. Sono dovuta rifinire in ospedale due volte, e la seconda avevo poco più di 19 anni. Ho dovuto imparare a fronteggiare quella maledetta ipocondria che ha preso possesso del mio corpo e che mi ha lentamente distrutto, e fronteggiare la paura di tornare di nuovo sul lettino di un ospedale.
In quel periodo avrei dovuto prenotare il mio primo volo, il mio primo vero viaggio. Avrei finalmente viaggiato.
Ero così contenta.
Ma poi BOOM.
“Ti devi operare”.
Mi dovevo operare.
Quanto ho pianto. Avevo solo paura. E ognuno reagisce a modo suo. Io piangevo. E poi decisi di smettere di versare lacrime e di focalizzarmi sul tempo, sulla felicità, sulla mia vita, su tutto.
Un film mi ha radicalmente cambiato il senso di lettura di tutto. E io odio i film. Odio la televisione. Odio la falsità degli schermi.
Ma quel film era vero.
Ed era un po’ c’ho che avevo bisogno di sentirmi dire.
Into the Wild.

Tre libri mi hanno rivoluzionato il mondo di vedere le cose. Devo molto alle parole di Sergio Bambarèn.

Io sono cambiata.
Sono diventata più forte, più risoluta, più ambiziosa, rendendomi, agli occhi degli altri, più egoista e più fredda.
In realtà cercavo soltanto il mio spazio, a dispetto di tutto e tutti. Che poi la capacità di indipendenza non è egoismo.
Ma poi dovevo diventare grande, e i sogni si mettono da parte quando si è grandi. Deve star scritto sulla clausola per diventare adulti: “Metti da parte i sogni, schiavo”. Il Super Io diventa troppo Super e la coscienza un po’ troppo scrupolosa.
Finché quei sogni non li ho buttati tutti dentro ad un bidone e vivevo per lavorare.
Finché lo stipendio a fine mese non è cominciato a diventare il mio unico scopo di vita,
finché le ferie non sono diventate l’unico motivo per cui lavoravo.
Ed è così paradossale.
Cominciai ad accorgermi di aver frequentato persone sbagliate, che mi hanno condizionato la vita in peggio. Mi hanno buttato dentro paure apparentemente invalicabili. Mi hanno buttato contro offese che non mi meritavo.
E mi sono allontanata.
E mi sono sentita sola.
Fragile.
Estremamente impaurita.
E, mentre cercavo di riprendere forze, c’erano cose ancora più forti di me che mi buttavano ancora più a terra.
Ed era la consapevolezza interiorizzata di non percorrere la strada che ambivi.
Finché non mi accorsi che non volevo più vivere così.
E me ne accorsi quando fu il corpo a dirmelo, perché la mia mente me lo aveva detto tanto tempo prima, ma io non volevo ascoltarla. Quando il mio corpo si è fermato, accasciato a terra, dicendomi che lui, quelle cose, non le voleva più fare. Non era la sua strada. Non è la mia strada. Tutto c’ho che avevo fatto fino a quel momento mi aveva aiutato, ma era arrivato il momento di riprendere il cammino giusto.
A un certo punto la giusta dose di sicurezze, non era più tanto giusta per me. E quelle sicurezze dovevo toglierle e dovevo trovare il compromesso giusto con la felicità.
E i miei sogni, le mie passioni, il mio modo di vivere, e, ancor di più, la vera me stessa, mi urlavano contro.
E il mio corpo si rifiutava.
E quella brutta bestia che si chiamava depressione stava diventando così forte da non permettermi più di rendermi conto che avevo solo 25 anni. Me ne sentivo 95, in principio di morte.
E, ancor di più, avevo perso la capacità di capire che avevo solo una vita davanti.
E non era quella.
E’ lì che il mio corpo ha cominciato a diventare solo un accumulo di ossa e dolori,
e gli occhi perennemente gonfi di lacrime.
E non avevo più forza di reagire, ma solo di crollare.
E quei sogni dove erano finiti?
E quelle ambizioni?
Quella forza di vivere che avevo?
Quella voglia di stupirti di tutto?
E quelle lunghe camminate in montagna, l’aria pulita, e il surf, che Dio solo sa quanto mi mancava, e il mare, le onde e i tramonti.
Che non li vedevo da troppo tempo.
E la gente che amavo, i miei amici, la mia famiglia.
Mi sentivo solo ed esclusivamente nervosa. Nevrotica. Triste.
E tutto intorno è nero.
Talvolta riemergevo, talvolta ricadevo.
Ed era sempre tutto più nero. E faceva così tanta paura.
Finché non mi sono accorta che era l’ora di esplodere, e esplosi.
E cercavo quella forza che avevo perso.
E non la trovavo.
E mi sembrava di odiare tutti.
E forse era davvero così.
Ma poi mi accorsi che in tutto quel buio avevo pure imparato ad amare.
Ma non avevo la forza nemmeno di amare me stessa per prima.
E allora dovevo combattere.

Lavorerò duramente tutti i giorni per esser felice.
Per tenere lontano da me quel brutto mostro che si è preso corpo e mente.
Lavorerò per realizzare i miei sogni,
per surfare tutte le volte che potrò,
per continuare a salire sulle vette più belle delle montagne più belle, anche se, che stupida, tutte le montagne sono belle.
Imparerò a sorridere di gusto,
ad esser presente.
Mi impegnerò a tenere un corpo e una mente forti.

Viaggerò.
Dovrò farlo.
Dovremmo farlo tutti.
Perché non possiamo vivere con la presunzione di sapere chi siamo in un mondo che è più vasto di quel che si vede ben oltre l’orizzonte.
Ogni orizzonte sarà un nuovo inizio.
O il bel continuo di una bella storia.
La mia vita.

Non voglio vivere una vita che non è la mia.
Ci proverò fino alla fine.
Me lo dirò tutti i giorni, quando ci crederò un po’ meno, che io, alla felicità, non ci voglio più rinunciare.

Imparerò ad esser fiera di me, a credere a me stessa,
a non perdere il sorriso,
a non perdere le speranze.

La vita è una.
Accetto che voi abbiate la possibilità di credere in reincarnazione, in resurrezione, in paradiso o inferno, in sette vite anche se non siete gatti, in scissione di anima e corpo.
Io, almeno per ora, credo che la vita sia solo una.
O almeno non ho la certezza del contrario.

E ho solo una possibilità di esser felice.
Voglio invecchiare con la consapevolezza d’averci almeno provato.

Reagite.
Fatelo.
Che il rimpianto di non aver nemmeno provato ad esser felici, poi, da vecchi diventerà solo un rimorso.

Allora viaggiate,
e siate felici.
Sempre.

Myanmar, Agosto 2019



foto in alto: Roberta B.
altre: Fabrizia S.

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