Vai al contenuto

La storia di Everett Ruess, il ragazzo che viaggiò nell’ovest

Everett fu un ragazzo nato negli Stati Uniti e partito alla scoperta del grandioso west. Ha molte somiglianze con la più conosciuta storia di Chris McCandless, ma è partito prima, ed ha vissuto, purtroppo una vita più breve.

“Una notte, tanto tempo fa mentre mi lanciavo irrequieto sul mio letto, un’idea si è cristallizzata in me. . . Il mio cervello era occupato con immaginazione tesa. . Nella mia mente avevo evocato migliaia di città dimenticate, lasciate indietro negli anni; trasparenti montagne grigie; miglia su miglia di deserto spoglio e ostile; laghi freddi. . . giungle piene di serpenti mortali, immense farfalle, colori brillanti, febbre e morte. Ho nuotato in acque color corallo. Attraverso un calore insopportabile e incessanti acquazzoni, mi sono avvicinato […]”

— Everett Ruess

Molti viaggiatori sono cresciuti, maturati, cambiati (o qualsiasi altro verbo che sotto nasconde un principio di trasformazione) guardando il film Into the Wild, leggendo la storia di Chris, guardando quelle immagini, focalizzandosi su quelle parole. Tanti sono partiti per la selvaggia Alaska, solo per raggiungere, come fosse la mecca dei viaggiatori selvaggi, il Magic Bus, perso nei boschi remoti raggiungibili dallo Stampede Trail.
Tanti anni cambiato la concezione di viaggio, addirittura la concezione di vita. E io mi riservo il diritto di dire apertamente che io sono esattamente in quel gruppo.

L’idea del viaggio di scoperta, partire per appoggiarsi al verso senso della Terra, al contatto con la natura più selvaggia, a contatto con la solitudine e l’approccio all’esistenza vera, quella pura. L’idea di vivere, di sapere, di sentirsi pieni. La sete di conoscere, di vagare, senza meta ben precisa, per il mero gusto di vagare. Per sentirsi vivi, fuggitivi da quella realtà stretta che è la società oppressiva in cui siamo nati.
Perché, prima di tutto, siamo parte della Terra, parte di noi stessi, parte di una vita che va vissuta per bene, e, solo dopo, di una società che spesso nemmeno ci appartiene, ma in cui ci sentiamo in dovere di progredire senza lottare.

Allora si parte. Si viaggia. Si cerca il bello laddove si può trovare, che è un po’ ovunque, e questo è il motivo per cui chi viaggia, poi, decide di non fermarsi più.
Un po’ come Chris, raccontato da Krakauer nel suo libro, oppure come il ragazzo di cui parlerò adesso, meno conosciuto, ma partito prima, partito anche lui alla scoperta dell’ovest americano, del deserto, laddove diceva di ritrovare se stesso.
Everett Ruess era una ragazzo intelligente, un’artista eclettico, un pittore e scrittore, ma prima di tutto una persona di una sensibilità spiccata che bramava il selvaggio, il deserto e l’essenza più pura di una vita vissuta davvero.

Everett Ruess nacque ad Oakland, California il 28 marzo 1914. Era il più giovane di due figli di Stella e Christopher Ruess.
Durante l’infanzia la famiglia era costretta a spostarsi spesso perché il padre, Christopher, era un ministro unitario.
Everett passò velocemente dall’usare giocattoli per bambini a scolpire il legno, modellare l’argilla e a disegnare. A 12 anni trovò velocemente quella che poi fu uno dei suoi principali elementi: la scrittura. In breve tempo uscirono fuori saggi, poesie ed un diario letterario che, in breve tempo, crebbe in volumi, raccontando pagine e pagine di viaggi, pensieri e opere. Nel 1930 la famiglia si spostò a Los Angeles, e fu per Everett una sorta di rivoluzione. Seguì un corso di scrittura creativa presso la Los Angeles High School, vincendo successivamente anche un premio di poesia alla Valparaiso High School, in Indiana, col suo poema indiano “The Relic”. Alla Hollywood High School fu eletto segretario-tesoriere del Tabard Folk, il club letterario della scuola e, nello stesso anno, pubblicò anche un poema originale, “Solitario”, nell’annuario.
Già in questi anni Everett dichiarava l’amore per il selvaggio. Le sue poesie parlavano di paesaggi, di vento, di sabbia, dell’irrequietezza dell’oceano e dell’attrazione verso le montagne. Il deserto era una costante.

“Sulle coste desolate e spazzate dal vento. . . mi sono accampanto. Sulle rive dell’Amazzonia pigra ho acceso i miei fuochi. . . Ho camminato da solo attraverso il deserto. . . Mi fermai sulle isole sferzate dalla tempesta, osservando cime lontane. Poi mi sono accampato sotto di loro in valli ombreggiate, guardando il tramonto. . . Queste sono le cose che ho visto e le esperienze vissute in quella notte. Ora è la sera prima che io vada. Ancora una volta penso a ciò che mi aspetta.”

Everett Ruess

Nell’estate del 1930 e proseguendo poi nell’estate del 1933, viaggiò attraversando i parchi di Sequoia, Yosemite e dell’Alta Sierra. Durante i suoi spostamenti non smise mai di dipingere, scrivere e leggere, cercando in qualche modo di trovare la giusta via per soddisfare le sue esigenze di artista nomade quale era.
Fra il 1931 e il 1934 viaggiò fra Arizona, Utah, New Mexico e Colorado, spostandosi in sella, che fosse su un cavallo o su un asino o su un vitello, cercando un contatto con le popolazioni Navajo, esplorando le vecchie abitazioni rupestri, ma, soprattutto, cercando nel deserto e nel viaggio la vera essenza della sua vita. La conoscenza, l’esperienza e, di fatto, l’esistenza.
Ruess ebbe un successo al tempo artisticamente limitato, scambiava le sue stampe e i suoi acquerelli per pagarsi i suoi spostamenti e i suoi viaggi, ma si affidò principalmente al sostegno economico dei suoi genitori.

Nel 1934, lavorò con gli archeologi dell’Università della California, scavando nei pressi di Kayenta, prese parte a una cerimonia religiosa Hopi, arrivando ad essere l’unico bianco ad essere dipinto quell’anno dagli Hopi stessi per la loro tradizionale danza dell’antilope, e imparò la lingua Navajo, cantando anche canzoni native. Sopportò stoicamente, imparando la lezione degli antichi indiani, le difficoltà della vita solitaria.
Tra le terre desolate della terra trovò quella che definì “una corrente sotterranea di irrequietezza e brama selvaggia“.
Solo in un’immensità di sabbia alla deriva, Everett dimenticò il passare del tempo. Era affascinato dal mistero del vento, promettendo di rivelargli i segreti della distanza che aveva preso dalla società. Perché stava trovando quella bellezza che cercava. Lui stava viaggiando, stava scalando scogliere, esplorando, dipingendo, stava scrivendo e conoscendo il mondo, ma, soprattutto, stava vivendo.

Dite che ero affamato; che ero perso e stanco:
Che ero bruciato e accecato dal sole del deserto;
Piedi indolenziti, assetato e malato di una strana malattia;
Che ero solitario, umido e freddo, ma che ho mantenuto stretto il mio sogno!

traduzione di “Wilderness Song, Everett Ruess

Wilderness Song sembrò quasi profetica. Perché Everett non riuscì più a tornare da uno di quei suoi lunghi viaggi.
Per quanto ancora è noto, non riuscì a festeggiare il suo ventunesimo compleanno.

Era una giornata fredda, quel novembre del 1934.
Tutto il territorio degli Stati Uniti aveva vissuto la Grande Depressione per più di cinque anni, e nessuna città più di Escalante aveva sentito così forte il morso della  povertà.
Fondato da pionieri mormoni cinquantanove anni prima, il piccolo insediamento nel sud dello Utah, allora una delle città più remote degli Stati Uniti, era stato colpito in estati successive da una epidemia di cavallette che avevano devastato  i raccolti e dalla peggiore siccità in quasi otto decenni.
Nel tardo autunno, l’arrivo di qualsiasi visitatore ad Escalante era un evento davvero raro. E’ stato tanto più sorprendente, poi, quando videro quel ragazzo magro dai capelli biondi, arrivare da ovest in città, in sella a un piccolo asino e con un altro alla briglia pieno di attrezzatura da  campeggio.
Il suo nome, come aveva detto alla gente del posto, era Everett Ruess. Veniva dalla California. E anche se aveva solo 20 anni, aveva vagato da solo tutto il sud-ovest americano per la maggior parte dei precedenti quattro anni.

tratto da Everett, testo originale di David Roberts – Traduzione

Il 12 novembre 1934, Ruess partì da solo nel deserto dello Utah, partendo da Escalante e prendendo due asini come animali da soma. Partì per scrivere, dipingere ed esplorare un gruppo di vecchie abitazioni rupestri indiane. Partì per il mero gusto dell’avventura. Che fa parte della vita, del resto. E chi ha l’anima avventuriera, deve partire perché quell’anima freme.
Dei giovani ragazzi di Escalante cavalcarono con lui a cavallo lungo i crinali vicini, condividendo la cena cucinata sul falò a base di carne di cervo e patate. Nella sua ultima notte in città, Ruess andò con un paio di ragazzi del posto al cinema locale. Ruess se ne andò poi fuori città, si diresse verso sud-est lungo l’Hole in the Rock Trail” verso un altopiano arido che la gente del posto chiama “Il Deserto”.
Il giorno prima, aveva spedito un’ultima lettera al fratello in California. “Può darsi debbano passare un mese o due prima che io possa recarmi ancora in  ufficio postale”, scrisse Everett, “perché sto andando in esplorazione verso sud lungo il fiume Colorado, dove non vive nessuno“.
Una settimana più tardi, a cinquanta miglia da quel punto, fu visto seduto attorno ad un falò assieme ad un paio di pastori di Escalante.
Un altro pastore riferì di averlo visto il 19 novembre 1934 vicino a dove il torrente Escalante sfocia nel Colorado.
Di lì, nessuno ebbe più notizie di Everett.

All’inizio del 1934, Ruess disse ai suoi genitori che sarebbe stato irraggiungibile per quasi due mesi, ma circa tre mesi dopo la sua ultima corrispondenza iniziarono a ricevere la posta non richiesta del figlio. Fu questo a far scattare l’allarme per le ricerche. Quel plico di lettere mai ritirate dal figlio che si videro ritornare a loro senza essere nemmeno state aperte. Scrissero una lettera all’ufficio postale di Escalante, nello Utah, il 7 febbraio 1935. Erano già passati quattro mesi dall’ultimo avvistamento del ragazzo, che risaliva a quel novembre 1934 nei pressi di Escalante. Un commissario della contea di Garfield, H. Jenning Allen, vide la lettera e decise di formare un gruppo di ricerca con altri uomini in quell’area in cui poteva essere scomparso.  Gli indiani e gli scout cercarono pozze d’acqua e segni della sua scomparsa, o, ben sperando, della sua presenza. I due asini con cui Everett partì furono trovati vicino al lato nord di Davis Gulch, lungo un canyon del fiume Escalante. Gli unici due segni distintivi di quello che poteva esser stato il passaggio di Ruess, furono un recinto che aveva fatto nel suo campeggio a Davis Gulch e un’iscrizione trovata nelle vicinanze dal gruppo di ricerca, con le parole “NEMO nov 1934“. Allen riferì la scoperta ai genitori di Ruess in una lettera dell’8 marzo 1935. Il 15 marzo, dopo aver completato un ultimo tentativo di trovare Ruess nei pressi dell’altopiano di Kaiparowits, il commissario Allen scrisse un’ultima nota alla famiglia chiamando un terminare gli sforzi di ricerca.  Alla fine, fedele al suo credo da campeggio “quando vado, non lascio traccia“, Everett svanì nel nulla.
Il deserto aveva reclamato Ruess, scrittore, avventuriero e artista I suoi dipinti parlavano di quella desolazione oscura delle abitazioni lungo la scogliera. La sua poesia parlava del vento e degli umori della terra desolata.
Everett apparteneva al deserto.
E il deserto, alla fine, lo ha reclamato a sé.

Per decenni, decine di viaggiatori sono scomparsi nei territori del sud-ovest, ed i loro resti sono stati trovati raramente. Il mistero dalla loro sparizione di solito dura solo un paio di settimane sui giornali.
Ma la scomparsa di Everett Ruess ha dato inizio a quello che può essere chiamato “un culto”. Nel west, la semplice menzione della sua storia non mancava mai di provocazioni accese e dibattiti sulle possibili modalità della sua avvenuta morte.
Nel 1940 fu pubblicato “On Desert Trail with Everett Ruess”, un insieme di estratti di lettere spedite a casa dal giovane, di sue poesie e dei suoi saggi, insieme ad acquerelli e incisioni xilografiche. Fu il primo di sette libri e due film a documentare la vita e la scomparsa del giovane esploratore. Nel 1996, Krakauer dedicò pagine e pagine del libro “Into the Wild” allo stesso Everett, dichiarandolo un fratello non di sangue del più conosciuto Chris McCandless. La memoria di Everett non morirà mai nel cuore di chi, dentro, ha quella stessa sensibilità, la curiosità del bello da esplorare, da vivere, da sentirsi vivi.

In decine di lettere inviate a casa Ruess parla dell’amore spasmodico verso il deserto: “Ho visto più bellezza di quanto uno possa sopportare“. Ma non mancano mai i vuoti di disperazione di una possibile morte imminente.    “Devo considerare la mia breve vita piena di eventi interessanti“, scrisse a suo fratello dall’ Arizona all’età di soli 17 anni. “Andrò in qualche posto selvaggio, in un luogo che ho conosciuto e amato. E non ritornerò più.”
Quasi come se davvero sapesse dove incontrare il suo destino.
Era convinto di essere destinato a vivere una vita solitaria.
I miei amici sono stati pochi“, aveva scritto a un confidente nel 1931, “perché sono una persona bizzarra.
Pochi giorni prima del suo arrivo in Escalante, scrisse a suo fratello: “Mi sono fermato qualche giorno in una piccola città mormone e mi ha deliziato lo spettacolo di vita familiare, di funzioni in chiesa, di danze. Se fossi rimasto più a lungo mi sarei innamorato di una ragazza mormone, ma penso che forse è meglio che ciò non sia successo. Sono diventato un po’ troppo diverso dalla maggior parte del resto del mondo“.
In contrasto con la sua scrittura, le xilografie e i dipinti di Ruess sono sorprendentemente semplici e vivaci, condensando il paesaggio in un paio di elementi in grassetto in una tessitura minimalista  giapponese.

La scoperta da parte di Denny Bellson di un sito su Comb Ridge, vicino a Bluff, Utah, aggiunse un mistero alla morte del giovane. Una svolta apparente è arrivata nel 2008 quando un anziano Navajo, Aneth Nez, affermò che Ruess fu assassinato da due nativi Ute che volevano rubargli i suoi due asini. Ossa e denti trovati nella tomba da Bellson presumibilmente corrispondevano alla razza, all’età, alle dimensioni e ai lineamenti del viso di Ruess.
La scoperta dello scheletro dell’ esploratore Everett Ruess, come dettagliato nel numero di  maggio 2009 di ADVENTURE (“Finding Everett Ruess”), sembrava essere un colpo eccezionale. Un team di scienziati forensi aveva spiegato un caso notevole, supportato da un test del DNA che legava le ossa trovate nel deserto dello Utah all’esploratore scomparso.
Nell’aprile 2009, il confronto tra il DNA dei resti e quello dei nipoti di Ruess e il confronto del cranio con le fotografie, sembrava confermare che i resti fossero quelli del giovane. Due mesi dopo, tuttavia, Kevin Jones, archeologo statale dello Utah, affermò il contrario: i resti probabilmente non erano di Ruess, dal momento che le registrazioni dentali degli anni ’30 non corrispondevano a quelle delle fotografie pubblicate del corpo. Il 21 ottobre 2009, l’Associated Press riferì che i test del DNA condotti dall’Armed Foces DNA Identification Lavoratory (AFDIL) confermavano la tesi di Jones. Furono identificati come di probabile origine dei nativi americani. Un successivo articolo del National Geographic Adventure Magazine identificò i problemi nel software di abbinamento del DNA come la fonte dell’errore. In questo caso specifico, un insieme di errori riuscì a complicare, piuttosto che risolvere, un mistero che durava da 75 anni.
Nel marzo 2010, la famiglia di Joe Santistevan, nativo americano, fu contattata dall’ Armed Foces DNA Identification Lavoratory (AFDIL) e fu informato che il DNA dei resti inizialmente identificati appartenuti a Ruess corrispondevano in verità esattamente a Santistevan.  I resti furono restituiti ai Navajo.

Van Gerven, che eseguì la ricostruzione facciale, rimase interdetto dai nuovi risultati. “Morirò nella mia tomba ancora convinto che non abbiamo potuto escludere questa corrispondenza basata sulle migliori evidenze anatomiche,” disse. La famiglia Ruess accettò di restituire i resti di quel giovane corpo alla Navajo Nation. Fu Ron Maldonado, archeologo di vigilanza alla Nazione Navajo, a occuparsi di riseppellire le ossa in un luogo sicuro e segreto.   Anche quando la famiglia Ruess accettò di lasciare le spoglie del loro possibile famigliare ai nativi americani, il nipote di Everett, Brian Ruess, confidò che credeva nella storia di Aneth Nez sul fatto di essere stato lui testimone dell’omicidio di un giovane uomo bianco a Chinle Wash.
Ma è lo stesso Brian a dirsi convinto, dopotutto, al di là dei fatti e delle ovvie speranze che i famigliari sempre riporranno in quegli studi scientifici, che la storia, alla fine, dia semplicemente una spiegazione a quella che è la vera realtà dei fatti: “E’ stato proprio così. Bellson aveva scoperto il corpo sbagliato. […] Everett semplicemente non vuole essere trovato.

Se la morte di Everett rimarrà forse per sempre un mistero, la sua storia è abbastanza conosciuta da esser già diventata una sorta di leggenda.
C’è il fatto che la mera idea del viaggio, della scoperta e dell’esplorazione porterà sempre gli intrepidi a non fermarsi laddove ci sono le resistenze per raggiungere i sogni.
L’idea del viaggio nella sua concezione più pura, rappresenta per definizione di questi avventurieri, la vera essenza dell’esistenza umana.
Per questo si rischia. Per questo Everett si è incamminato lungo un percorso che, purtroppo, è arrivato al termine prima del previsto.
Non è nella ricerca della morte che si è spinto, ma, piuttosto, nella ricerca di una vita da esteta, la sua, intesta come cumulo di esperienze e di bei ricordi, e di un costante presente vissuto per bene.
Lui sapeva di poter avere solo un’occasione di vita, o, per lo meno, di averne l’assoluta certezza.
Per questo non si lasciò sfuggire la possibilità di cercare se stesso.
Per questo non si lasciò sfuggire la possibilità di viaggiare.
Everett era un sognatore, un’artista, un essere umano di una sensibilità impareggiabile.
Apparteneva alla Terra, e la Terra ha deciso di tenerlo con sé.

Come Chris, come Everett e come tanti viaggiatori ed esploratori che hanno vissuto la loro vita lontano dall’oppressione della società, bisogna lottare, sempre, costantemente, per sentirsi parte del mondo.
Non dovremmo mai dimenticarcelo,
quando ci sentiamo fuori luogo, quando ci sentiamo diversi, assurdi, lontani o persi.
Non dovremmo mai dimenticarlo.
Di lottare,
di vivere,
di sentirsi vivi.
Di fare della nostra vita il capolavoro più bello, di sentirsi parte del mondo, quello vero, che sta ben oltre le regole imposte dalla società, che sta ben oltre le linee guida di una normalità che di normale ha soltanto il nome scritto sul dizionario.
Sentiamoci liberi di essere, di esistere, di viaggiare.
Non mi sento in dovere di giudicare chi purtroppo è morto lottando per sentirsi vivo, come appunto in questo caso lo è stato Everett, ma come lo è Chris McCandless e chiunque altro. Nessuno dovrebbe sentirsi in dovere di giudicare determinate imprese.
Non sono partiti per morire, ma la morte è capitata vivendo. Proprio come ogni giorno, sulla faccia della Terra, succede.
Quindi viviamo, il meglio possibile, cercando di vivere la felicità laddove la si trova.
Per questo in tanti partono.
Perché forse la felicità non è statica, è in movimento, e il viaggio stesso è movimento.
Costantemente.

Quindi,
alla fine di tutto,
se potete, quando potete, sforzatevi di potere se davvero volete, viaggiate. E fatelo davvero. Sentitevi parte del mondo in cui siete. Sentitevi parte di una strada. La vostra. Poi chiamatela pure strada, poi chiamatela pure vita, l’importante, e concludo, è percorrerla davvero.

Siate felici.

L’avventura è per gli avventurosi.
Il mio volto è pronto.
Vado a costruire il mio destino.
Possano molti altri giovani che siano da me ispirati lasciare la comoda sicurezza della loro strada e seguire la fortuna in altre terre.

Everett Ruess

Fotografie:
https://stevenrjerman.com/EveretRuessnet/
http://emotionsofamerica.blogspot.com/2013/02/cercando-everett-ruess-per-75-anni-la.html

Referenze:
https://en.wikipedia.org/wiki/Everett_Ruess
https://www.everettruess.net/the-dream-of-everett-ruess/
http://emotionsofamerica.blogspot.com/2013/02/cercando-everett-ruess-per-75-anni-la.html


ARTICOLI DAL BLOG:

2 pensieri riguardo “La storia di Everett Ruess, il ragazzo che viaggiò nell’ovest Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: