Vai al contenuto

In Croazia ci siamo persi scalando una montagna in auto

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto a settembre 2016

A settembre 2016 io facevo ancora l’addetta vendita part-time serale. Lavoravo fino alle 20. Lo ricordo ancora come fosse ieri quel giorno.
Eravamo in tre amici e decidemmo di partire per la Croazia.
A dire il vero non c’era un motivo preciso, c’era la mera idea di andare via. Spostarsi. Prendere una serie di giorni di ferie da lavoro e partire.
Budget minimo, resa massima.
Avevamo prenotato tutto, avevamo deciso dove andare, le tappe, i pit-stop per cercare di mettere GPL cercando invano un risparmio laddove possibile.
Partimmo la sera, dopo cena. I ragazzi mi aspettarono e mi passarono a prendere direttamente sotto casa. Caricammo le valigie, i sacchi a pelo e una tenda.
Sì, perché, fra le tappe, c’erano due notti su un’isola semi-deserta e selvaggia, staccatasi dalle più comuni mete croate per non si sa ancora quale motivo.
E una notte in un rifugio nel mezzo delle montagne del Parco Nazionale di Paklenica, dove non sapevamo esattamente cosa aspettarci.

Era un on the road.
Era il mio secondo on the road, ed ero estremamente elettrizzata a riguardo.
Avevamo deciso per poche mete turistiche e tante mete dai nomi impronunciabili, ma che a noi andavano bene esattamente così, coi nomi pronunciati in modo errato.

La prima sera dormimmo in auto, che poi dormire è un verbo di troppo significato in questo caso.
Preferisco dire che ci fermammo nel parcheggio dell’autogrill di Padova e aspettammo che albeggiasse per ripartire.

Ricordo bene che il doganiere non si fidava affatto dei nostri sguardi, forse stanchi, forse dubbiosi del mondo. Ricordo che ci chiese espressamente se avevamo droga.
O se la volevamo.
Non capimmo, e rispondemmo di no a prescindere. Anche fosse stata una domanda con la doppia negazione, un po’ a trabocchetto, noi rispondemmo di no. Lui ci guardò, strizzò gli occhi e ci lasciò passare.
Eravamo finalmente in Croazia.
Fiume era una città troppo comune, così decidemmo di approdare a Novi Vinodolski, un paese talmente tanto piccolo da poter esser visto in mezza giornata. Ma mi piaceva la gente. Me lo ricordo bene quell’anziano signore dal sorriso esteso che mi invitò a sentire se la zuppa di fagioli che stava cuocendo era buona.
In Croazia poi si mangia da Dio. Si mangia pesce con pochi soldi sentendosi ricchi.

Passando per delle strade che tagliavano in due boschi interi e senza nome con cartelli di pericolo-bombe-non-oltrepassare-la-linea, arrivammo anche ai Laghi di Plitvice. Ho apprezzato l’adrenalina di attraversare quelle strade disseminate di foglie pre-autunnali, un po’ verdi, un po’ arancioni, che nascondevano il fatto che lì c’era ancora qualche resto della Seconda Guerra Mondiale. Mi sembrava di attraversare uno spazio temporale che mi divideva dalla realtà. In realtà era l’adrenalina di doversi spostare leggermente sulla soglia dei boschi, costretti dal dovere di condividere la strada con auto che procedevano nel senso opposto al nostro, cercando di avere cura di non metter ruota vicino a quei paletti di pericolo morte.
Ma arrivammo ai Laghi, e ci arrivammo intatti.

E se i Laghi di Plitvice sono così estremamente turisticizzati, un motivo c’è.
Sono bellissimi. Ci sono cascate disseminate ovunque, sfumature di verde che fanno invidia agli alberi di tutto il mondo, sentieri semplici ma belli. Belli davvero. Belli com’è bella la natura. E lì, ai laghi, è pieno di natura.


Io non so descrivere invece la sensazione di trovarsi inconsapevolmente a percorrere un sentiero di montagna con una berlina bassa.
Questo è quello che c’è successo a noi. Ed è così estremamente assurdo, ai limiti dell’incoscienza, che mi chiedo come sia stato possibile arrivare a ciò senza nemmeno accorgersi che lo stavamo facendo.
Ricordo che dovevamo raggiungere una zona nel Parco Nazionale di Paklenica per cominciare un sentiero che c’avrebbe portato in un punto esatto per attraversare una prateria e raggiungere, successivamente, Bojinac.
Ricordo invece che attraversammo un sentiero con la nostra auto, completamente fuori luogo, su pendenze su cui avrebbe fatto fatica anche una 4×4, e dopo circa tre ore, decidemmo di abbandonare l’auto in uno spiazzo nei pressi di un rifugio dove un signore, anziché dirci dove eravamo, ci voleva offrire a tutti i costi quello che credo fosse rum o, a limite, vodka.
Mi fece sorridere.
Non sapevamo ne dove eravamo, ne dove, a quel punto, potevamo esser diretti, ne come poter tornare indietro senza provare di nuovo l’ebbrezza del pericolo di morte, ne come fare.
Ma io sorridevo.
Anzi.
Ridevo.
Perché la mera idea di essermi persa mi faceva sentire particolarmente viva.

Alla fine Bojinac non lo vedemmo. Quel che tanto ambivo, dovetti lasciarlo nel cassetto dei sogni e finimmo la serata attraversando i boschi del Parco al tramonto prima di raggiungere quello che era il rifugio che avevamo prenotato giorni prima.
Lascio alla gente la consapevolezza d’esser consapevoli di poter esser circondati da orsi, d’esser stanchi, spaesati e senza cibo.
Perché eravamo esattamente così e, almeno noi, ne eravamo estremamente consapevoli.
So che dentro quella stanza faceva veramente freddo, e non c’era un bagno dove potersi fare una doccia, e puzzavamo, perché dopo una giornata intera di trekking e sentieri sbagliati, un corpo, pur rimanendo in vita, comincia a puzzare.
I vestiti erano bagnati di sudore e fuori tirava un vento freddissimo.
Ma c’era la via lattea, ed era la prima volta in vita mia che vedevo la via lattea.
Era freddo, ed ero completamente sporca, affamata, stanca, distrutta.
Ed estremamente felice:
Faceva parte del viaggio, no?
Faceva parte del viaggio quell’accumulo di imprevisti che ci portò a sorridere di fronte a quella scia di stelle bianche,
e il resto perse di importanza.

Di Zara posso dire che mi è rimasta nel cuore come una delle città più belle e profumate di tutte le città europee che io abbia mai visitato. Posso dire che sa di pane buono, di brioches dolci e di brioches salate. Che ha un organo suonato dal mare e che suona una melodia che, se ti metti lì, seduta sugli scalini di quello che potrebbe essere un DO, un RE o una qualsiasi altra nota di quello spartito infinito, non te ne andresti più.
E una birra lì, di fronte a quel tramonto, e i colori del mare, e delle onde che si sciolgono delicatamente lì, sotto ai piedi della gente, diventa una birra speciale.
Anzi.
Quella birra diventa un attimo.
Un attimo infinitamente eterno, come i ricordi.
Io Zara la consiglio. Zara merita due giorni, merita d’esser vista, d’esser vissuta e d’esser ricordata.
D’esser inserita nell’album dei ricordi più belli di chiunque abbia la possibilità di farci due passi.

Un traghetto ci ha portato sulle coste di Dugi Otok, l’isola selvaggia.
Non avevamo soldi, veramente, e gli ATM erano esattamente sulla costa opposta.
Non avevamo soldi, e sorridevamo.
Piantammo la tenda nello spiazzo del campeggio, uno dei due che si trovano sulla parte settentrionale dell’isola, e cominciammo a farci i conti in tasca.
Potevamo mangiare due volte al giorno, e non più di un piatto a testa.
Fantastico.
Elettrizzante.
Ma a me non importava un granché. Di quell’isola ricordo il mare, che aveva lo stesso colore trasparente del cielo, perché il cielo è trasparente e riflette soltanto i colori che il sole decide di dargli.
Di quell’isola ricordo le strade deserte, gli arbusti e la poca gente.
E il silenzio.
E Dugi Otok l’ho vissuta così.
Un po’ di trekking per vedere il lago del sud, un po’ di camminate per raggiungere le calette e i tramonti più belli.
Di Dugi Otok ho imparato il nome per sbaglio, e ancora, dopo anni, non sono sicura di averlo imparato per bene.
Ma ho vissuto quell’isola per un po’ di tempo,
ed è stato tutto perfettamente bello così come era.
Senza soldi,
senza meta
senza problemi, che non fossero quelli di come fare ad arrivare al mare raggiungendolo a piedi.

Alla fine, come per ogni viaggio, anche la Croazia mi ha lasciato qualcosa, pezzi di vita, pezzi di istanti che mi porterò dentro sempre, ovunque io vada.
Ci sono paesaggi che non si scordano, parole che rimangono impresse, dette da gente conosciuta per poco più di due minuti nell’arco temporale di una vita.
Ci sono cose che non si dimenticano.
Un on the road inusuale nelle terre croate fa parte di quelle.


2 pensieri riguardo “In Croazia ci siamo persi scalando una montagna in auto Lascia un commento

Rispondi a Giulia GiovacchiniCancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: