In Polonia, fra Varsavia, Poznan e Cracovia

Di fronte ad Auschwitz, solo silenzio. E sconforto. E rabbia. D’esser lì a sentirmi ricca di fronte a tutta quella povertà ingiusta.

Poco più di una settimana prima di partire, mi convinsi.
Dissi a me stessa che lo avrei fatto, che avrei davvero realizzato quell’idea apparentemente malsana che, sino a quel momento, era rimasta soltanto in testa.
Avrei preso il mio primo aereo da sola, avrei iniziato il mio primo viaggio in solitaria.
Era già diverso tempo che pensavo potesse essere una buona scelta da fare nella mia vita, ma non l’avevo mai messo davvero in pratica. “Sei una ragazza, da sola, all’estero… ma non puoi partire sola… non viene proprio nessuno con te?… non puoi… non devi
Mi sentivo dire di tutto, e niente di quel tutto mi s’addiceva abbastanza da frenarmi. Sì. Ero una ragazza, ed ero sola, ed ero all’estero.
Ma no, non è vero che non potevo partire da sola, che non dovevo, che non sarebbe stato il caso.
E’ pericoloso.
E’ pericoloso come lo è metter piede fuori casa tutti i giorni, come cercarsi il pericolo laddove non sussiste la necessità di cercarlo.
Inondata da frasi continue di questo genere, era difficile anche per me prendere posizione. Forse dovevo soltanto trovare lo slancio giusto, e quel giorno mi alzai dal letto e prenotai il volo, non ci pensai su molto.
Guardai su Skyscanner i voli con partenza da Pisa, ordinati dal più economico. Togliendo le mete a cui non ero particolarmente interessata, aprì la pagina dedicata ad un volo per Varsavia, mi collegai al sito Ryanair, guardai la cifra totale e impostai Google Maps con uno sguardo ampio sulla Polonia. Zoomai su Varsavia, guardai le immagini, lessi qualcosa.
Sarei andata in Polonia.
Ne ero convinta.
In pochi minuti avevo il PDF di quello che sarebbe stato il mio biglietto A/R per il primo viaggio in solitaria.
In quell’istante, tutte quelle frasi negative ripetute allo sfinimento da chi non si fidava abbastanza del mondo, e non gliene do nemmeno poi così tanto torto, persero di importanza.
In meno di otto giorni sarei partita. Destinazione Polonia.
Non l’avevo mai presa così tanto in considerazione se non per l’idea che un giorno sarei assolutamente voluta andare a visitare Auschwitz, cosciente della sensibilità che mi producevano gli argomenti a riguardo, ma la Polonia, a quanto pare, sarebbe entrata fra i miei ricordi. E avrei fatto in modo che fossero stati tutti belli.

Varsavia è la capitale. Quando la si visita, sembra tutto tranne che la città più importante del Paese. Non perché sia brutta, anzi, tutt’altro, e non per chissà quale motivo. Non sembra la capitale perché è una città particolarmente piccola, accogliente e per niente caotica. La Old Town Square è coloratissima, riprende quella che era la piazza principale della più importante città polacca prima che la Seconda Guerra Mondiale distruggesse l’intera cultura di un Paese bellissimo come la Polonia. E, benché la città più comunemente e tristemente conosciuta per i rastrellamenti umani durante il periodo nazista sia Cracovia, anche Varsavia non manca di ricordare ad ogni suo angolo quella parte estremamente terribile della storia dell’umanità.

In quei giorni potei sconfiggere la stereotipata convinzione della pericolosità di un viaggio in solitaria. Cominciava a piacermi in modo particolare la possibilità di poter girovagare senza meta ben precisa, senza orari e senza necessità di dovermi per forza adattare a un’idea che in quel momento poteva non appartenermi.
Era anche la prima volta in assoluto che presi in considerazione la possibilità di dormire in un ostello in una camera condivisa con sconosciuti e, avendo io grossi problemi ad addormentarmi laddove ci sono rumori o luce, mi odiai a tal punto da non potermi odiare in modo più esteso di quello che già stavo facendo. Finché non mi abituai.
In realtà mi abituai ben poco, semplicemente cominciai ad adattarmi all’idea che, se volevo viaggiare low-cost e farlo pure spesso, dovevo imparare a chiudere occhio anche dentro ad una camera con altra gente sconosciuta che avrebbe potuto farsi passare per la testa la voglia di asciugarsi i capelli in camera alle sette di mattina.
Con la luce accesa.
In compagnia di un’amica che avrebbe potuto dialogare pesantemente già da una ventina di minuti prima.

Uno dei giorni che spesi per passare nella capitale, decisi invece di spenderlo spostandomi per una giornata intera in un’altra città. Posso ben ricordare le sei ore di treno, suddivise a metà fra andata e ritorno, fatte per arrivare molto più a ovest di dove ero, in un treno preso in tariffa economica il giorno stesso, la mattina presto, alla stazione principale della capitale.
Poznan è una città piccolissima quanto fantastica. Ha colori spettacolari, ovunque, sembra una tavolozza completamente aperta alla luce del sole, e i colori cambiano d’intensità a seconda dell’ora del giorno; laddove il sole diventa ombra, i colori diventano più scuri, si intensificano, mentre nella piazza principale, più aperta alla luce rispetto alle stradine strette che la circondano, i colori sono perennemente saturati dai raggi che sparano quantitativi inquantificabili di luce solare.

Cracovia è la città che ho preferito. Ci sono tornata a distanza di poco meno di un anno da viaggio che avevo fatto precedentemente, in cui avevo lasciato un pezzo di cuore abbastanza grosso in Polonia. Cibo buono, gente bella, paesaggi da paura, città che avevano un che di romantico anche per chi, come me, non è classificabile nelle persone apparentemente romantiche.
Fu il mio secondo viaggio in solitaria, e di nuovo scelsi quel grosso Paese dell’Europa dell’est che tanto mi colpì. E neppure quella seconda volta fu da meno. Anzi, Cracovia mi lasciò dentro qualcosa di speciale nonostante la pioggia,
e io odio la pioggia.
Ricordo che prenotai un ostello ad un prezzo estremamente misero, qualcosa come otto euro a notte con, volendo, colazione inclusa nello stesso prezzo.
Ricordo che era un ostello non propriamente pulito, rumoroso, con i muri spessi quanto può esser spesso un foglio di carta poggiato ad un suo simile, ma che era anche a due passi dalla piazza principale, e da una delle pasticcerie con la cioccolata calda più buona del mondo.
Almeno a parer mio, che di mondo non ho visto molto, ma ho come una certa certezza dentro me che mi fa esser certa di quella probabile errata certezza.
Quella cioccolata era buona.
Tantissimo.
Cracovia la girai molto in solitaria, poi decisi di fare un tour gratuito, pagabile con eventuali mance, che mi portò praticamente ovunque, la guida era un ragazzo, gentilissimo, parlava inglese ad un gruppo di viaggiatori provenienti un po’ da tutto il mondo, trovati lì per caso esattamente come me, che il giorno prima avevo semplicemente letto un volantino nella bacheca dell’ostello.
Ricordo benissimo anche l’aver deciso di fare un tour notturno horror. Io, io che odio gli horror. Ma la curiosità, che ormai non sottovaluto più, mi portò a prendermi la briga di farmi una doccia, mettermi su tre strati di termiche accettando d’essere volontariamente e spontaneamente andata in Polonia a fine gennaio, e incontrarmi con questo ragazzo (di cui mi innamorai nel breve periodo, perché i polacchi sono bella gente, e bella, in questo caso, è multi-senso) che fece da guida a me e ad un’altra intrepida ragazza che ebbe la mia stessa malsana idea.
In realtà il tour “Seven Deadly Sins” fu molto interessante, a tratti divertente e a tratti pauroso.
Mi prendo volentieri la briga di dire che i ragazzi della Good Tours Krakow sono stati eccezionali. Ho avuto modo di vedere Cracovia sotto più punti di vista che, forse, senza di loro, non avrei potuto aver modo di godermi.

Da Cracovia, come già da tanto avevo in testa, decisi di prendere un autobus per raggiungere i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Erano anni che volevo farlo.
Spinta dalla curiosità, dalla rabbia, dall’incomprensione, dalla voglia di conoscere, di sapere, di smettere di giudicare. Spinta da un qualcosa che nemmeno io sapevo esattamente come classificare, sentivo la necessità di vedere quel posto già da parecchio tempo. Come fosse quasi un richiamo, sentivo qualcosa che mi diceva che sarei dovuta andare a vedere coi miei occhi quel luogo macabro, quell’inferno a cielo aperto che era la rappresentanza maggiore dello sterminio di esseri umani che di sbagliato avevano, secondo chi credeva d’esser migliore, l’innocenza d’esser semplicemente nati.
Sinceramente, mi pento d’aver preso un bus turistico, mi pento di aver fatto un tour estremamente turistico, mi pento di aver fatto tutto con tutta quell’estrema fretta data dall’aver scelto un qualcosa di così turistico. Tornassi indietro, preferirei prendere un autobus classico, o noleggiare un’auto, e andare a vedere i due campi in solitaria. Senza fretta. Senza la freddezza di un tour, laddove di tour non dovrebbe esserci proprio niente, ma solo e soltanto comprensione.

Sinceramente parlando, ripensandoci, io non avevo capacità di parlare, di fronte a quel tutto, a quel niente, a quell’abisso dell’umanità.
Non potevo parlare laddove la gente, nemmeno cento anni prima, non faceva che stringere i denti per non urlare.

Condivido un pensiero che scrissi circa un anno fa a riguardo.

Prenotai il viaggio in autobus, di quelli con l’aria condizionata, la televisione, la guida turistica, da Cracovia al Campo di Sterminio.
Era tutto turistico.
In non mi ricordo dopo quanto tempo, ma arrivammo davanti a quel cancello.
C’era un bar.
C’era un bar, un negozio di cianfrusaglie, e troppo trasando.
Togliete quel bar.
Togliete quel negozio.
Odiavo vedere tutte quelle cose di fronte al grigio di quei cancelli.
C’era tanta gente,
e la gente fumava,
e come puoi fumare di fronte ai camini? mi chiedo.
E la gente rideva,
e come puoi ridere su un campo di morti?
E la gente si faceva le foto sorridendo.
E come puoi sorridere di fronte alla morte? mi chiedo.
Mi fate rabbia.
Dentro di me urlavo il silenzio, speravo che la gente se ne accorgesse.
Non volevo neppure scattare le foto.
A cosa scattavo la foto, poi? Ero in un cimitero.
Il rispetto.
Ma volevo ricordare.
Volevo ricordare di avercela fatta. Di aver avuto a che fare, per poco tempo, con la crudeltà della gente.
E farne tesoro.
E imparare a odiare la guerra.
E l’odio.
Volevo urlare a quella gente di fare silenzio. Ma non potevo urlare.
Mi davano fastidio i miei passi.
Mi dava fastidio tutto.
Mi sentivo in colpa ad essere lì, con il mio cappello, i miei guanti, il mio giacchetto e le due maglie termiche.
Mi dava fastidio avere un iPhone in tasca, i soldi nel portafoglio, i documenti che attestavano che io, lì dentro, avevo un nome.
Mi sentivo uno schifo a entrare nei vecchi forni crematori.
A osservare.
A non avere la forza nemmeno di far scendere una lacrima, ma forse avrebbe fatto troppo rumore.
Io non so se ci siete mai stati,
se avete visto quanto si estendono quei fili spinati, che andavano ben oltre la nebbia, ben oltre il mio campo visivo.
Avrei voluto volare per non calpestare quella che un tempo era la polvere di chi, lì, aveva calpestato il fango prima di me.

E, purtroppo, non c’è molto altro da dire, perché c’era il silenzio che parlava al posto delle parole.
Non dimentichiamoci di non smettere di ricordare quel che è successo.
Mai.
Promettiamocelo.


Sinceramente, spero di poter tornare in Polonia il prima possibile. Ha un fascino particolare, e, pur essendo in Europa, rimane molto diversa rispetto a quel che normalmente si è abituati a vedere dell’Europa. C’è qualcosa di suo, di speciale, un po’ come in tutto il mondo, del resto.
E la Polonia ha quel qualcosa che è solo suo,
e quel che ho visto è lì dentro al cuore, e non ce lo tolgo più.
O non ce lo voglio togliere più io.
Fa lo stesso.
So solo che, quando l’ho salutata, le ho detto arrivederci, che agli addii le ho promesso che ci avrei pensato più tardi.


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