Quella volta che, in cima ad una montagna, ho visto il mondo

Ti racconterei volentieri quel che si prova quando si sale su un sentiero che più lo guardi e più si fa difficoltoso. Un po’ come quando corri, fuori c’è il sole, e tu corri più forte, e non riesci più a respirare. Una montagna è così. Ti toglie il fiato, ti toglie la forza dalle gambe. Ti toglie la forza di controbattere alla sua forza. E, inconsapevolmente, sali sulla cima a stenti, e, alla fine, ti senti più forte, ti senti vivo.
Ti senti le gambe tremanti, la voce spezzata, il fiato corto. E tutto fuori, tutto diventa più bello. Sei talmente in alto che l’orizzonte prende la forma del mondo, nel senso che non è più quella linea orizzontale che divide il cielo dal mare, ma l’orizzonte si ammorbidisce, non è più rettilineo, e si confonde con il resto della Terra.
Quando arrivi in vetta e ti siedi, che il cuore ancora batte a più di centotrenta, e te lo senti scoppiare nel petto, ma fa niente, fa lo stesso, ringrazi il mondo per essere arrivata lassù in quell’esatto istante. Né prima, né dopo. Ma lì, esattamente in quel momento. Il più perfetto che poteva essere.
E ti scordi la fatica, o forse la senti, ma non pesa più come prima, come, insomma, come quando eri in salita e i muscoli bruciavano, le ginocchia mal tenevano, le gocce di sudore cadevano sulle ciglia e annebbiavano la vista.
Ti scordi di tutto, perché non esiste molto di più di ciò che va al di là di quello che è lì, in quella frazione di vita.
E lì c’è il mondo.
C’è il mondo intero.
Io l’ho visto dalla vetta delle montagne che ho scalato.
L’ho visto anche in quel momento.

Gli scarponi sono immersi nella fanghiglia, le mani sono sporche di terra. Non m’importa più niente.
Di fronte a me c’è il mondo.
Non chiedermi di nuovo perché, perché lo faccio.
Del resto potrei chiederti perché tu, invece, non lo fai. E invece ti invito solo a farlo. Lo facciamo insieme se vuoi.
Ritagliamoci un pezzo di vita da incollare da qualche parte fra i ricordi.
Ritagliamoci un pezzo di vita per renderci conto che ne abbiamo solo una, dico,
di vita.
Io, lassù, me la sento tutta addosso. Che sotto uno strato di vestiti, sotto il sudore, sotto tre strati di pelle, ci sta la vita che scorre nelle vene. E lassù scorre più forte.
E’ come portare il cane a fare una passeggiata dopo che è stato tutto il giorno chiuso in soggiorno. Che quando lo sleghi, quell’attimo, freme, e non si ferma. E corre, corre nonostante tutto. E fuori piove, ma lui non lo sente.
O non gli interessa.
Perché è più forte il piacere d’esser lì e la pioggia non è poi così male.
Così fa la vita. Che quando vede che fuori c’è il mondo, ti scorre un po’ più forte laddove di norma si sente solo scorrere sangue.
E il cuore batte. Batte più forte.
E il sole, che sai, da lontano ha tutto un aspetto diverso, lì puoi quasi afferrarlo, e se ti giri c’è già la luna,
finalmente puoi vederli insieme,
e ti assicuro,
te lo assicuro,
è bello.

La gente mi chiede ancora com’è nato l’amore per quelle ripide vette tanto faticose da raggiungere.
Ma l’amore non si spiega.
Non si spiega con le parole, come fosse la prima parola presa a caso dal dizionario.
Che poi cosa vuole saperne, un dizionario, dell’amore.
Ed è amore anche questo, perché non si spiega altrimenti. Ma va bene così. So solo che non posso dare risposta a chi mi chiede perché lo faccio.
Forse lo faccio perché sono innamorata del mondo,
e lassù,
lassù in cima, quasi mi sembra di vedere la punta dell’Antartide,
nonostante tutto, nonostante io sia voltata verso ovest.
Davvero,
io ho visto il mondo da lassù, e non te lo posso spiegare a parole.
La bellezza non si spiega.
La si riconosce, si sente,
e, senza accorgersene, si vive.
Ho visto il mondo da lassù,
l’orizzonte morbido,
che si confonde col resto,
e tutto diventa un po’ più speciale.

ultima foto di Pietro B.



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