Ho fatto un giro per Mandalay con un monaco buddhista

Stavamo mangiando un gelato comprato ad un bar un po’ malconcio a pochi soldi, pochi secondi prima. Già si stava sciogliendo sotto quel tasso di umidità pari ad un numero sicuramente superiore al cento. Guardammo bene che non fosse scaduto e aperto, disinfettammo la palettina gialla che la signora dalle mani color terra d’argilla ci passò e ce ne tornammo sul ponte.
Stava per tramontare il sole, il signore che ci aveva scarrozzato tutto il giorno in giro per i dintorni di Mandalay ci aspettava da qualche parte dall’altra parte della riva. Ci disse che ci avrebbe dato il tempo di guardare il tramonto, che sarebbe stato bello, e che lo avremmo trovato al solito posto: attraversando un mercato che odorava un po’ di marcio e un po’ di umido, ci sarebbe stato un qualcosa di simile ad un parcheggio dove lui avrebbe atteso.
La palettina gialla del mio gelato sapeva un po’ di Amuchina, un po’ di polvere. Assurdo come io volessi disinfettare qualcosa per poi ritoccarlo con le mani sporche del legno inumidito del ponte su cui ci eravamo sedute coi piedi penzolanti sopra l’acqua.
Eravamo al ponte più famoso di tutto il Myanmar, U-Bein Bridge, e poco prima avevamo scambiato qualche parola con un anziano monaco dalle orecchie giganti. Ricordo che lo vedemmo arrivare da lontano, tonaca di un rosso fortissimo, stesso colore di quell’ombrello che teneva aperto per pararsi da quei raggi solari inondati d’umidità. E si sedette vicino a noi, a parlare e a chiederci da dove venivamo. Che dell’Italia conosceva Sophia Loren, e un po’ di gente di Roma, di Milano e delle grandi città. Viaggiatori, persone comuni, gente che aveva incontrato esattamente lì, dove stavamo noi in quell’esatto momento.

Finimmo il gelato quando già il gelato era diventato frappè. Sostanzialmente eravamo le uniche due “bianche” nell’arco territoriale di quel che probabilmente erano diverse centinaia di metri, forse qualche decina di chilometri. Di europei proprio non ce ne era l’ombra, e tutti i birmani erano attratti in modo così curioso e assurdo da queste due bianche, sedute a terra a mangiare un gelato, tanto da fermarci, chiamarci, chiederci perdono, sputare parole indecifrabili cercando di farci capire di volere una foto con noi.
Mi sentivo una star. Un po’ come se quel ponte malconcio da cui spuntavano fuori chiodi arrugginiti fosse il nostro Red Carpet.
Ma alla fine il nostro momento da star finì, come il gelato. E come quella giornata. Come quella giornata che se ne stava tramontando a picco sull’acqua, e il cielo diventava rosa.
Facemmo giusto una manciata di passi verso il vecchio mercato che, ancora in cammino sul ponte, incontrammo di nuovo quel vecchio monaco dalle orecchie grandi che disse di chiamarsi U Ott Ta Ma. Me lo scrisse lui sulle note del mio smartphone. Ci chiese di ricordarsi di lui, di quel nome. Tornò a parlare di nuovo, un po’ delle stesse cose, un po’ di cose nuove. Lui era curioso, noi ci sentivamo semplicemente fortunate.
Io poi, che dal mio punto di vista guardo qualsiasi religione con estrema curiosità, pur non riuscendo mai a trovarne una che mi catturi abbastanza da cominciare a crederci quel che basta per professarmi credente, mi sentivo quasi stranita, quasi come se avessi l’opportunità di approfondire qualcosa di speciale e non solo nella cultura birmana, buddhista o cosa fosse, ma di approfondire qualcosa di me.
Forse.
Chi poteva saperlo.
Io che poi uno dei motivi principali per cui ero finita in Myanmar, era l’estrema curiosità che ponevo nei confronti di quei monaci così diversi dalla cultura europea.

Sostanzialmente eravamo su quel ponte, al tramonto, a parlare del mondo con un monaco anziano che aveva solo tanta voglia di parlare.

Lui parlava un inglese certamente non perfetto, ma si faceva capire. Ci disse che veniva spesso, quasi tutti i giorni, a vedere il tramonto lì, che era bellissimo, ed era casa sua. Perché lui faceva parte di un monastero che stava proprio lì vicino, ad Amarapura, e sarebbe bastato prendere un autobus locale per arrivarci.
E poi ci fece una proposta bellissima.
Come arrivammo a quel punto proprio non lo ricordo. Ma prendemmo il dono più bello che quel monaco poteva darci e forse lo prendemmo proprio come fosse il dono più bello che il Myanmar stesso potesse darci. Un invito a passare un’intera giornata in giro per Mandalay, guidate da lui, che poi ci avrebbe portato in giro su quelle Jeep malandate piene zeppe di gente sul retro, per attraversare la città, per arrivare al suo monastero, farci vedere come funzionava la vita di un monaco, così povero da non possedere niente più del niente. E parlare, e farci raccontare, della guerra, della gente che lui ha incontrato, della sua vita, quelle nuova, quella vecchia, e della sua famiglia. E solo goderci la fortuna d’esser lì.
Eravamo quasi stupefatte.
Perché a noi? Perché proprio noi? Questa fortuna, quest’occasione a noi due?
Sorridemmo entrambe, lo ricordo come fosse passato solo poco più di un istante.
Sorridemmo a U Ott Ta Ma e lui, velato di quel sorriso fantastico che può possedere solo chi ha il volto stirato da qualche ruga in più rispetto a chi non ha ancora trent’anni, ci disse che due giorni dopo ci avrebbe aspettato alla Torre dell’Orologio, fra l’84esima e la 26esima strada, subito fuori dal grande Mercato, alle nove e trenta in punto.

Sostanzialmente, facemmo veramente fatica a capire dove dovevamo arrivare.
Avevamo una mappa offline scaricata su un App dello smartphone, segnava, a grandi linee, il centro di Mandalay. Ma il centro di Mandalay è il caos fatto città, e capire dove dovevamo andare e, ancor peggio, farlo capire a chiunque potesse darci una mano, era estremamente difficile.
Ci alzammo di buon ora e cominciammo a camminare a piedi. Faceva già caldo, l’umidità faceva sudare anche soltanto respirando quell’aria intrisa di smog.
Attraversammo una delle strade principali, prendemmo un tuk tuk al volo letteralmente nel mezzo alla carreggiata e cercammo di spiegargli il punto dove dovevamo andare.
Ci portò da tutt’altra parte.
Camminammo un po’ cercando di capire dove eravamo e cominciammo a mal sperare nella possibilità di raggiungere l’Orologio e il Mercato alle nove e trenta.
Trovammo un secondo tuk tuk, contrattammo il prezzo e ci portò esattamente lì. U Ott Ta Ma non era ancora arrivato. Eravamo sotto il grande orologio, e cercavamo una tunica rosso scuro da qualche parte in mezzo a quel caos.
Lo aspettammo finché non ci balenò in testa che forse non sarebbe mai arrivato. O che forse eravamo noi nel posto sbagliato. Non stavamo capendo molto di quel che ci stava succedendo, ma andava bene così. Stavamo un po’ viaggiando alla giornata, ed era bellissimo.
Poco prima di perdere del tutto la speranza, un tizio corse verso di noi, ci formulò una frase un inglese che somigliava ad un vago “sta arrivando”, poi aspettò li vicino, finché non comparve dalla parte opposta della strada quello che ormai era diventato il nostro amico monaco. Spiccava in modo particolarmente assurdo dietro tutto quel grigio spento di quei vecchi edifici, e di tutte quelle matasse di cavi elettrici mortalmente a portata d’uomo. Ci salutò, si scusò per il ritardo, e ci invitò a fare un giro del mercato con lui. Dentro c’era un tripudio di colori infinito, vesti di ogni tipo di fantasia, gente sorridente, bambini che correvano e che forse aspettavano semplicemente l’ora per entrare a scuola. La gente era palesemente povera lì. Non trovammo mai ricchezza in Myanmar, e in quel mercato si respirava, o almeno io, io respiravo una sorta di povertà assurda mascherata dalla bellezza di quei colori, e di quei sorrisi. Perché la gente, come U Ott Ta Ma, non aveva niente eppure c’aveva un sorriso che mi dava tutto. Tutto quel che bastava per corrispondere un sorriso che forse non era altrettanto bello.
Ed era bello vedere gli occhi incuriositi della gente, due bianche, da sole, in giro con quegli abiti un po’ strani da occidentali.
Invece U Ott Ta Ma sembrava essere abituato. Spesso ci chiedeva le stesse cose, spesso se ne stava in silenzio e ci guidava e basta.
E a noi bastava così.
Era un momento così speciale che non serviva molto altro se non quel che già stavamo vivendo.

Ci portò a Mandalay Hill, salendo su uno di quelli che loro chiamano autobus. Su quelli che no, non sono autobus, ma a noi piacevano veramente un sacco. Perché davvero riuscimmo ad entrare meglio in quella che era la loro cultura, la loro quotidianità. Ci faceva ridere. Non era il taxi, non era nemmeno l’autobus con l’aria condizionata. Era un cassone carico di gente che si reggeva solo perché pressata fra qualcuno e qualcun’altro. E quando doveva scendere il primo che era entrato, doveva scendere tutto il resto del carico. E chi non entrava, poteva montare sul tettino. O aggrapparsi dietro, stringere forte i tubi e sperare di non prendere una buca di troppo, troppo grossa.
Ed era divertente. Non capire niente. Non sapere cosa stavamo facendo. Eppure sentirsi così vive. Sul serio. Perché era tutto così naturale, per loro, e così strano per noi, che in realtà eravamo l’unica cosa strana per loro.
E giuro, giuro, che hanno dei sorrisi spettacolari ed una curiosità assurda.

Il furgoncino ci scaricò all’ingresso di un tempio locale, in un piccolo villaggio fuori città. Ci togliemmo le scarpe ed entrammo.
C’erano famiglie che cucinavano, bambini che giocavano. I monaci stavano consumando il loro unico pasto del giorno, l’unico che potevano mangiare per rispetto alla loro religione. Una volta al giorno e solo prima delle dodici.
U Ott Ta Ma ci lasciò da sole per un po’, lui si prese il suo meritato tempo di pranzare. Noi fummo letteralmente assalite da miriadi di persone che ci pregavano per avere foto con noi, bambini che ci saltavano addosso, genitori che ci facevano foto con i figli, figli che ci facevano le foto con i loro genitori. Una fila di decine di persone che ci scattava foto e noi che non sapevamo più come fare. Di nuovo sul Red Carpet.
U Ott Ta Ma ci trovò esattamente dove ci lasciò, con la sola differenza che per riprendere il nostro cammino con lui, dovette aspettare che la fila di gente finisse di farsi le foto con noi occidentali, bianche, donne e vestite in modo così strano per loro. Lui sorrideva. Sembrava fosse abituato. Ci spiegava che normalmente vengono pochi europei, al massimo qualche spagnolo. La maggior parte dei viaggiatori dalla pelle chiara in realtà è cinese. Per questo gli europei sono sempre una novità, una stranezza e una curiosità per un popolo ancora poco inviolato dal turismo.

U Ott Ta Ma ci portò di nuovo in giro per il centro, ci porta a prendere un tè, io stupida che prendo una Coca Cola, ma avevo bisogno di qualcosa di estremamente freddo perché fuori faceva estremamente caldo.
Per suo rispetto non pranziamo, seppur lui ci avesse accompagnato in un piccolo bar malconcio per mangiare qualcosa.
Ci sembrava irrispettoso a noi e, nonostante lo stomaco ci chiedesse di ingerire una quantità abbastanza importante di calorie, optammo solo per bere qualcosa in compagnia del monaco.
Ci raccontò della sua vita, che era stato sposato, aveva due figlie, che una abitava a Yangoon, l’altra lavorava in aeroporto. Il suo volto sembrò rattristarsi un po’, ci disse che abitava lontana, che la vedeva poco, ma che l’altra abitava vicino al suo monastero e che gli aveva donato due bellissimi nipoti. Ci raccontò che, dopo la morte di sua moglie, non si sentiva più realizzato, che si sentiva solo e quindi decise di mollare tutto della sua vecchia vita e di vivere nella fede buddhista in modo ancora più importante. Decise di andare a vivere in un monastero e continuare la sua vita nella piena e consapevole povertà di un monaco birmano.
Diceva di appartenere ad uno dei monasteri più ricchi di Mandalay, ed io ero curiosa di capire quale fosse quel livello di ricchezza. Lo inondammo di domande. Rispondeva a tutte, a tutte quelle di cui capiva il senso.
Io non so come si può descrivere la sensazione d’esser seduti in un vecchio bar senza pavimento, sotto una baracca in ferro e delle sedie di plastica polverose, al tavolo con un monaco birmano che racconta quel che è per lui il buddhismo e la vita in Myanmar a due ragazze che partono in un viaggio con la mera idea di partire per conoscere, per la curiosità di sapere e sapere ancora. Con quella voglia di apprendere senza giudicare.
Io mi sentivo fortunata. Talvolta distoglievo lo sguardo dai suoi occhi, guardavo la strada. C’era solo tanta polvere, e una povertà tangibile come non mai. Eppure lui viveva con una tale ricchezza d’animo e una spontaneità da cui potevo solo apprendere.
E sentirmi fortunata ancora.
E ancora. E ancora centinaia di volte quante fossero le centinaia di secondi passati con quell’anziano signore birmano dalla tonaca rossa.
Ci raccontò dei comandamenti del Buddha, di quanto li rispettassero rigorosamente. Alcuni somigliavano ai comandamenti del cristianesimo, altri li ritenevo più etici.
C’era molta etica in quel che diceva.
Non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non mentire, non bere alcool e non far uso di droghe.
Sentivo molta etica nel buddhismo, da come me ne parlava, da come lo metteva in pratica.
Ci portò di nuovo in giro per Mandalay, ci fece vedere altri templi, alcuni li avevamo già visti, ma non ci importava. Rivederli con lui era sicuramente un’altra sensazione. Finì la sua bottiglietta d’acqua, gli lasciai la mia. La accettò con una tale educazione che quasi non sapevo se potevo averlo offeso dell’offerta che gli avevo appena fatto.

Ci raccontò che ogni birmano deve fare un periodo di noviziato in monastero una volta compiuti i sette anni e prima di compierne venti. È un impegno e un orgoglio per ogni famiglia. Altri invece ci sono solo perché rimasti orfani, o perché la famiglia è troppo povera per potersi permettere di mantenere un bambino in più. E questo vale sia per i maschi, sia per le femmine.
Ci portò al suo monastero, ci fece visitare qualche stanza, ci portò nella sala dove dormono lui e altri suoi compagni.
Li potei capire cosa intendeva quando ci parlava del suo monastero come uno dei monasteri più ricchi di Mandalay.
Avevano dei letti, materassi poggiati a terra con una coperta e un guanciale.
Una vecchia televisione che U Ott Ta Ma teneva spenta, due sedie, un piccolo armadietto dove teneva vecchie fotografie e la sua collezione di francobolli. Qualche giornale.
Non teneva soldi. Non teneva niente.
Ma ci offrì qualcosa da mangiare. Negammo di nuovo. Teneva qualcosa nel suo piccolo armadietto di legno, e noi stavamo veramente pregando in silenzio che il nostro stomaco smettesse di chiederci cibo. Evitammo di accettare quel poco che aveva e anzi, gli lasciammo un po’ del nostro. Lui quasi rimase stupito, ma di no non ce lo disse. Avevamo qualche biscotto, non molto di più, due tre confezioni. Gliele lasciammo su un tavolo basso che aveva vicino al letto e lui non le toccò.
Stava solo rispettando le sue rigide regole.

Ci lasciò vedere il suo album di vecchie fotografie. Scatti in bianco e nero sbiaditi, attaccati senza sequenza cronologica fra le pagine di un album gelosamente custodito al sicuro. Sua moglie, i suoi amici. Lui da piccolo, altra gente con dei nomi strani. Qualcuno che non c’era più, qualcuno che abitava lontano da lui.
La sua collezione di francobolli di tutto il mondo, spediti dai viaggiatori che, come noi, aveva incontrato proprio su quello stesso ponte di Amarapura. Ci fece leggere le dediche, le scritte di gente che veniva un po’ da tutto il mondo e che lui ricordava per nome, e che chiamava “amici”. E li chiamava “amici” anche solo dopo averli visti per un solo giorno, proprio come noi che già ci chiamava “amiche”.
Ed era bellissimo.
Fuori il sole era ancora abbastanza alto. Spuntava dalla finestrella sopra il suo letto. Nella stanza c’era qualche altro monaco, si vedevano qua e la qualcuno che camminava. C’era molto silenzio. E c’era un qualcosa di magico. Tutte quelle tuniche stese ad asciugare fra un letto e l’altro, appese a fili collegati da parte a parte della stanza, tonalità che dall’arancio arrivavano al rosso, il colore più scuro della loro pelle.
Quella semplicità povera che per loro simboleggiava l’essere il monastero più ricco di Mandalay.

Io, io che forse sono nata nella parte giusta del mondo, in quella dove la povertà non è non avere acqua e cibo per giorni, ma è ben altro, io ho avuto quell’opportunità così grossa. Di parlare con chi ha fatto della semplicità la sua ricchezza. Con chi ha tradizioni così diverse dalle mie, e non per questo meno affascinanti. Anzi.
A me piaceva quella sua curiosità nei nostri confronti. E a me piaceva quella curiosità che mi inondò forse il cuore, forse il cervello, tanto da arrivare a farmi tempestare di domande quel vecchio monaco dalle orecchie grandi.
A me piaceva tutto di quella giornata presa un po’ a caso, forse con fortuna, per chi crede alla fortuna. Forse al caso, per chi come me crede un po’ di più al caso.
Anche se è bello poter pensare che forse era un esperienza che eravamo destinate a fare senza averlo nemmeno programmato.

Ci stringemmo la mano più e più volte per salutarci, ci disse che avrebbe chiamato un suo amico che con un tuk tuk ci avrebbe riportato all’hotel. Come riuscimmo a spiegargli dove era situato il nostro hotel non lo ricordo proprio, ma ci riuscimmo. Nonostante tutti quei saluti, decise di accompagnarci nel viaggio di ritorno e dividemmo il piccolo spazio del posto del tuk tuk con lui. La sua tunica che volava un po’ col vento di quelli che credo fossero meno di trenta chilometri orari. Il suo braccio magro che stringeva forte la sbarra alta del tuk tuk per non cadere giù.
Non parlammo molto durante il viaggio di ritorno. Un po’ la stanchezza, un po’ la fame. Un po’ c’eravamo già detti tanto, e io che ancora dovevo immagazzinare quel tutto.

Alla fine arrivammo. Ci fece promettere di mandargli una lettera un giorno, quando saremmo tornate a casa, se ne avessimo avuto l’opportunità, con un bel francobollo da poter collezionare. Ci salutò di nuovo. E se ne andò.
Il rumore del tuk tuk di sottofondo e io ancora che non ci capivo abbastanza di quel che era successo.
Tengo ancora scritto l’indirizzo del suo monastero e prima o poi troverò un francobollo abbastanza bello da potergli spedire.

Io so solo che la bellezza che ho trovato in Myanmar, l’ho trovata per la maggior parte dentro la gente. Dentro i loro occhi, i loro sorrisi, la loro spontaneità. Assurdo pensare a quanto mi facesse strano pensare di avere l’opportunità di poter parlare con un monaco, poter passare un’intera giornata in giro per il centro di Mandalay con lui, entrare in un monastero, vedere come vivono, ascoltare le loro preghiere da lontano. Per loro invece, in tutto ciò, non c’era niente di strano.
Io so solo che la bellezza della gente l’ho trovata anche dentro quel monaco dall’inglese stentato, curioso di sapere da dove arrivavamo, e perché eravamo proprio lì.
Io che non ero mai stata in Asia, che non avevo mai avuto contatto col buddhismo. Io che ho questa voglia di conoscere e di togliermi di dosso tutti i pregiudizi.
Io che in Myanmar stavo trovando un pezzo di mondo che si incastrava perfettamente all’intriso puzzle di miliardi di pezzi che era la mia vita.

Grazie a Fabrizia S., compagna di questo viaggio, che mi ha aiutato a ripercorrere l’esperienza con U Ott Ta Ma.

DIARI DI BORDO D’ASIA:

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