Ho vissuto due volte quel sogno americano chiamato Route 66

E’ mattina qua a Los Angeles. Il nostro motel puzza un po’, la moquette è sporca, i letti boh, i letti proprio non lo so.
Stamani mi sono svegliata con Kerouac in testa, avevo in mente le scene di On the Road.
Dovremmo arrivare sulla Route 66 di qui a poco, forse subito, forse fra un po’.
Dovremmo solo caricare le valigie nel portabagagli e partire.
Fuori c’è il sole, un po’ di nuvole. Ma va bene così.
Io penso solo che sono anni ormai che sogno quella strada come si sogna il sogno più grande del mondo.
Come avere mille sogni in testa, scavalcarli tutti per un attimo e raggiungere quello che se ne sta adagiato nel cuore già da un po’.
E’ un po’ come aprire la porta di uno sporco motel della periferia di Hollywood, a pochi passi dall’inizio di un’anticipazione della Walk of Fame, e trovarsi di fronte la California.
L’aria sì, l’aria sa un po’ di smog, ma immaginavo.
Immaginavo una Los Angeles inquinata, fatta d’auto che scorrono sulle Interstate ingolfate di traffico. Eppure c’è qualcosa, in quelle luci, in quella gente, in quella città. Qualcosa che amo, che non so, ma che amo.
Ma poi, parliamone, cosa me ne frega a me di sapere perché ne sono innamorata?

L’ultimo chiude la porta,
le valigie sono già tutte dentro.
Qualche semaforo, e siamo sulla 40. Sul GPS la meta è Kingman.
Già sento la mancanza di Los Angeles, ma so che torneremo lì, nel nostro giro ad anello, nel nostro viaggio di ritorno.
Ci vuole veramente molto tempo all’arrivo. Il navigatore continua ad aumentare le ore di percorrenza, noi ci fermiamo dove capita, ma della Route 66 ancora nessuna traccia.
Già comincio a star male.
Dov’è il mio sogno?
La radio passa le canzoni della nostra playlist. Che poi le passa solo perché le stiamo scegliendo noi, ma va bene così. Ascoltiamo della musica da invidia, posso solo vantarmi di ciò.
Poi talvolta si spegne il cellulare, si sintonizza la digital radio su Radio Pitbull e si alzano i bassi.
Parte musica un po’ house, un po’ così, che non sta molto in quell’Interstate gigantesca, eppure ci sta. Forse starebbe meglio il country.
Dai, mettiamolo.
Io ho solo un po’ voglia di ballare. Sto seduta davanti, perché non posso guidare, ho meno di venticinque anni e il noleggio, lo avessimo intestato a me, sarebbe costato troppo. Così non posso guidare, allora i ragazzi mi hanno lasciato il posto davanti, un po’ come premio sportività, un po’ come quando dai il giocattolino ai bambini al ristorante così non sbraitano per tutto il tempo.
Sono una bambina col giocattolino, e il mio giocattolino è semplicemente questo viaggio. E non c’è gioco più bello di cui potessi fare esperienza.

Le canzoni passano, le miglia pure.
Chi guida ha bisogno di stendere le gambe, è già da un po’ che è lì, con quel dannato cambio automatico che si fa odiare per mancanza d’abitudine.
Usciamo dalla 40, così, senza pensarci molto. C’è bisogno di sgranchirsi le gambe, non importa dove ci stiamo dirigendo.
L’uscita la scegliamo a caso, tanto della Route ancora non c’è traccia e questa cosa comincia un po’ a stancarci.

Allora lo facciamo. Si svolta a destra, le corsie si strettiscono, poi un incrocio, e poi tutto. Tutto tutto insieme. Adesso mi brillano gli occhi.
E adesso mi chiedo, io che credo solo al caso, come può esser questo solo un caso?
Come possiamo scegliere quell’uscita a caso e non sapere che ci saremmo ritrovati inconsapevolmente sulla Route 66, nel mezzo al niente?
Io che credo solo al caso, come posso attribuire al semplice caso, l’essere di fronte ad un sogno grosso quant’è grosso il mio cuore, e forse anche un po’ di più?
Ma sai che c’è? Ma che m’importa, alla fine.
Eccola. Lei è qui davanti a noi.
Ciao Mamma Strada,
Ciao Mother Road.
Ciao bellissima.
Finalmente ci incontriamo. Sei così bella che ho dimenticato quant’era brutto il nostro motel in cui ci siamo svegliati poche ore fa.
Abbassiamo i finestrini, dai, facciamolo. Qui c’è il deserto, c’è la storia dell’America, quella famosa dico, quella del Sogno Americano.
Di fronte a noi c’è una strada lunga fino a Chicago e l’abbiamo trovata davvero.
Di fronte a noi c’è quel niente che a me da l’idea d’esser tutto, e zero auto, e il vento secco. E nelle casse Born in the U.S.A. Ma lo sentite quanto siamo perfettamente stonati a coprire la voce di Bruce? Siamo bellissimi. Siamo veramente belli. Belli come i sorrisi che, se mi volto a guardarvi, avete stampati sul volto. E sapete perché siamo belli? Perché siamo felici sul serio.
Andiamo avanti ancora un po’, un po’ di minuti, non spegniamo l’auto adesso, fuori c’è il mondo, sentite?
L’asfalto brucia sotto le ruote, ho già dimenticato il traffico dell’Interstate, eppure non è poi così lontana. Ci passa vicino, talvolta la rivediamo, eppure perde d’importanza. L’ha c’è pieno di auto, quaggiù c’è solo la musica, e il cuore che batte che fa più rumore di quel camion che abbiamo sorpassato venti miglia fa.
La strada è grigia, di un grigio chiaro, secco. Qua e là ci sono crepe più scure, ma roba da poco, roba che l’auto nemmeno le sente.
C’è una striscia gialla grossa centrale a dividere le due corsie. Ai bordi nessun guard-rail, solo sabbia e le strisce bianche continue, a volte sbiadite, a volte ben pulite.
E poi cespugli secchi, un po’ ingialliti, un po’ verdi, un po’ belli.
Dio, quant’è bella questa vita.
L’orizzonte in realtà è solo il cielo. E ancora strada, strada e strada.
Mille miliardi di volte potrei pronunciarla ancora.
Non ricordo più nemmeno dove dovevamo andare. A me non sta più importando niente.
Il cielo è azzurro, quasi finto. Tipo perfetto, ecco.
Che poi lo trovo assurdo, come alla fine il cielo sia solo uno, eppure ora, ora in quest’esatto momento, il cielo è così diverso da quello che vedo a casa mia. Si rispecchia un po’ a terra, prende i colori dell’America, di quella storia di vecchie città del far-west, e vecchie pompe di benzina rosse e stondate, come quelle dei film di cui non ricordo il nome. Il cielo riflette quel che stiamo vedendo. Forse è lì che lo vedo diverso.

Dai.
Fermiamoci. A terra c’è scritto che siamo sulla Route 66. C’è un marchio gigante, dipinto di bianco.
Fermiamoci.
Riposiamoci qua, che mi piace questo sogno. A voi no?
Scattiamo qualche foto. Mi piacerebbe molto fermare per sempre questo momento. Mi piacerebbe farvi un paio di foto, perché meritate di ricordarvi per bene quel che normalmente si ricorda soltanto nel cuore.
Vorrei saltare.
E allora lo faccio. E poi mi siedo a terra, e mi sdraio, e sorrido.
E la reflex che scatta. E io non capisco più niente.
Passa qualche auto qua e là, niente di che, non mi disturbano il sogno.
Non mi va di rialzarmi subito.
Non ci credo ancora, ho bisogno di tempo per memorizzare. O forse sarebbe meglio se ammettessi a me stessa che ho ancora bisogno di tempo per realizzare.
Io sto bene.
Sto da Dio.
Voi come state? Sono contenta d’esser qua con voi, comunque, vorrei dirvelo, è che non riesco. Come lo spieghi un viaggio così, che ci sono più emozioni che altro?

Poi risaliamo in auto.
Ci sono ancora un sacco di ore di guida da fare, miglia e poi ancora miglia da superare.
Ci sono un paio di vecchie città colorate da vedere, dove fermarci, entrare dentro a quegli sporchi negozietti di souvenir pieni zeppi di roba con scritto Route 66. Potrei starci ore.
Dopo Kingman ci sono pure Seligman, Williams, Flagstaff. E se scorressi la cartina, ci sarebbe una traversata intera degli USA.
E mille miliardi di storie da raccontare. La cosa bella è che in quell’invisibile libro di racconti, adesso, proprio adesso ci sarà anche la nostra storia.
Sarà per me il capitolo più bello, ci farò un album, lo custodirò come si custodisce il tesoro più bello.
Potrei stare ore a parlare con questa gente un po’ consumata dal sole e dal vento e dal deserto. Questa gente che mi sorride, mi chiede qualche dollaro per una toppa che attaccherò al mio zaino e mi chiede da dove vengo.
Io che vengo dall’altra parte del mondo, che non ho visto chissà quanto mondo; ecco, vengo all’incirca da lì.

Ma sai che ti dico?
Ti dico che la Route l’ho immaginata per anni, vista nei film, ascoltata nelle canzoni, letta nei libri.
La Route l’ho idealizzata per tutto il tempo che, fino a quel momento, avevo vissuto su questo Pianeta.
La Route l’avevo solo potuta sognare, fino ad ora.
E niente.
E’ ancora più bella di ciò che pensavo.
E’ davvero infinita, scorre ben oltre quel che si vede nell’orizzonte. Noi stiamo guidando, stiamo attraversando la California e un po’ d’Arizona, si cambia fuso orario, ma la Route rimane sempre e costante in quell’orizzonte lontano.
Ci sono davvero i centauri in Harley, la gente con la barba bianca e il giubbino in pelle pieno di toppe.
Ci sono davvero le ghost-town, la musica country in sottofondo, quaranta gradi e nessun tipo di ombra.
Ci sono davvero quelle persone che si siedono fuori dal piccolo bar, sempre a porta socchiusa, la pubblicità della Coca Cola come sfondo, che ci osservano senza giudizio e ci raccontano le storie che hanno vissuto.
E ci siamo davvero noi,
ora,
a goderci questo tramonto.
Che se volete, se proprio devo dirvelo,
ho i brividi a pensarlo,
che penso che io non lo dimentico.
Perché c’è un silenzio assurdo,
e fra poco le stelle nel cielo saranno a milioni.
E noi le guarderemo.
Qua. Parcheggiati a bordo di questa strada bellissima, sotto una felpa abbastanza pesante da coprirci in quello sbalzo termico tipico del deserto.
Noi saremo qua.
Ancora per un po’.
E scusate se è poco,
se mi sto godendo l’America,
proprio come avrei sempre voluto.

ringraziamenti foto:
1° Giacomo P. – 2° Roberta B. – 3° Giacomo P. – 4° Giacomo P. – 5° Giacomo P.



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