Trekking tips: consigli fondamentali per chi vuole praticare escursionismo o trekking

Ho ormai imparato ad apprezzare la montagna in maniera particolarmente radicata.
Potrei benissimo considerarlo quasi un amore incondizionato, amore che mi porta a cercarla ogni qualvolta io possa farlo.
La voglia di arrivare in vetta, sentire le rocce e la terra sotto i piedi.
Vedere i dirupi, gli strapiombi, il tramonto, l’alba.
Sudare, trovare posti nascosti, passare il giorno libera dai pensieri. Trovare la capacità di ritrovarsi, mentalmente e fisicamente, perché sì, può capitare di perdere la traccia del sentiero, e ritrovarla, dopo aver vagato un po’, sarà una sensazione bellissima.
E sentire la fatica, e starsene lì perfettamente a proprio agio.
Questa è la montagna.
Ma si sa, o almeno si dovrebbe sapere, che con la montagna non si scherza.
Lei sarà sempre quella più forte, dovremmo imparare a portarle rispetto, a comprendere quanto possiamo spingerci oltre.
Da secoli gli esploratori, gli alpinisti e gli escursionisti tracciano nuovi sentieri per arrivare sulle vette di tutto il mondo. Molte di queste sono raggiungibili anche da chi non ha alle spalle un bagaglio di esperienze di montagna. Non c’è da stupirsi infatti che, negli ultimi anni, la voglia di mettersi a contatto con la natura sia in crescita. Siamo in un mondo estremamente troppo falso, troppo veloce, troppo finto e troppo grigio, troppo tutto di quel che si può considerare troppo. Per questo la gente ricerca sempre di più questa sorta di contatto con ciò che più di reale si può trovare sulla faccia della Terra: la natura.
La montagna ne è uno degli esempi più spettacolari.
Questo fa si che, determinati sport, prendano sempre di più piede nella cultura generale: escursionismo, trekking, alpinismo, arrampicata e tante altre.
Sicuramente è una cosa di cui dovremmo assolutamente andare fieri; l’idea che la gente stia prendendo sempre più seriamente la concezione di mettersi a contatto con la natura è bellissima, ma questa deve portare con sé la capacità di imparare pure a rispettarla dentro e fuori la pratica sportiva.
Ci sono miliardi di modi per rispettarla. Molti li sappiamo, o almeno dovremmo saperli e anche metterli in atto.
E fra i tanti, per quanto possa sembrare quasi esclusivamente una modalità indiretta, bisogna imparare a fare quegli sport coscienziosi di ciò che si fa.
Questo vuol dire partire preparati, conoscere i propri limiti, avere con sé le attrezzature giuste e corrette per tirarsi fuori dai possibili problemi.
La montagna va rispettata anche così.
Lei sarà sempre più grande di noi, e noi non ci possiamo permettere di prenderci gioco di lei.

Per chi avesse intenzione di mettersi in gioco lanciandosi a capofitto nell’escursionismo e nel trekking, ci sono alcuni consigli fondamentali e, talvolta vitali, di cui fare tesoro.
Qui sotto sarà possibile trovare un po’ delle principali essenzialità del trekking, utili a chi non lo ha mai praticato, ma anche a chi ha già un po’ di esperienza alle spalle, ma vuole comunque avere qualche spunto in più per migliorarsi.

Quest’articolo è scritto seguendo anche i preziosi consigli che la Guida Escursionistica Pietro Baroni, facente parte di Tuscany Wanders, mi ha potuto lasciare durante diversi scambi di idee.


TREKKING TIPS

Differenze fra ESCURSIONISMO, TREKKING, ALPINISMO, ARRAMPICATA

Ebbene sì, ci sono differenze sostanziali più o meno ovvie fra queste cinque pratiche sportive.
L’escursionismo è sicuramente il più comune e anche, fra i quattro, il più semplice, anche se è suddiviso a livelli e quindi, ad ogni livello corrisponde una certa percentuale di difficoltà. Più tardi ci concentreremo su questo.
Si tratta di camminare su sentieri segnalati con difficoltà facile o moderata, su percorsi andata/ritorno uguali oppure ad anello, ossia partendo e tornando nel medesimo punto ma senza mai attraversare lo stesso percorso. Solitamente possono durare mezz’ora, mezza giornata o un giorno.
Il trekking è una via di mezzo tra l’alpinismo e l’escursionismo per quanto riguarda la difficoltà. La differenza sostanziale tra l’escursionismo e il trekking è che un trekking può durare anche molto di più, oltre al fatto che rimane comunque su sentieri e tracce più complicate rispetto ad una più classica escursione.
Fanno parte del trekking anche le Vie Ferrate, percorsi con strutture installate artificialmente su pareti rocciose da attraversare con la dovuta attrezzatura.
Non è insolito parlare di trekking per racchiudere entrambe le varianti: escursionismo e trekking stesso. Spesso si utilizza un’unica parola salvo il fatto di riuscire a ben definire meglio le differenze di difficoltà.
L’alpinismo è di gran lunga la più difficile e impegnativa fra le tre, in quanto è non solo provante a livello fisico, ma richiede estrema tecnica ed esperienza. Viene svolto a quote più elevate, solitamente oltre i 5.000 m. I percorsi di alpinismo spesso richiedono anche diversi giorni per essere completati, oltre a richiedere attrezzatura adeguata e di supporto che necessariamente dev’essere portata con sé.
L’arrampicata è complementare all’alpinismo. Se l’obiettivo dell’alpinismo è il raggiungimento della vetta, quello dell’arrampicata è piuttosto il superamento di determinate difficoltà e determinati ostacoli.
Nell’arrampicata alpinistica, i punti di protezione vengono fissati durante la progressione, nell’arrampicata sportiva la parete da scalare è già dotata dei punti di protezione fissi. Può essere fatta sia outdoor che indoor, in palestre apposite.

La classificazione di difficoltà escursionistica

Dettaglio particolarmente importante da conoscere quando si comincia un sentiero di escursionismo/trekking, è la lettura delle sigle della classificazione di difficoltà del sentiero.
Significa quindi iniziare un itinerario sapendo, a grandi linee, a cosa si può andar incontro. Spesso basta informarsi sulle guide, oppure online. Oppure, nel caso vi troviate di a fare un sentiero non programmato, potrebbe essere scritto direttamente sulla segnaletica del posto.
Da sottolineare il fatto che durante un itinerario di lunghezza varia, è possibile incorrere in più di un sentiero. Quindi, quando si decide di procedere per un determinato itinerario, è sempre buona norma riuscire a capire la difficoltà di ciascun sentiero da fare.
Per distinguere l’impegno richiesto, sia a livello fisico che tecnico, il CAI (Club Alpino Italiano) utilizza quattro sigle diverse, ciascuna delle quali rappresenta difficoltà sempre maggiori.
T= Turistico. Itinerario su strade, mulattiere o sentieri larghi e ben accessibili. I percorsi generalmente non sono lunghi, non presentano problemi di orientamento e non necessitano un allentamento troppo specifico se non almeno quello tipico di una passeggiata. Talvolta i sentieri T sono adatti anche alle sedie a rotelle.
E= Escursionisti. Itinerari su sentieri o tracce su terreni di vario genere. Hanno bisogno di un allenamento fisico un po’ più adatto. Richiede la capacità fisica di sostenere anche tratti più ripidi, mentre i tratti esposti, normalmente sono pochi o, talvolta, eventualmente protetti o attrezzati. Può prevedere facili passaggi in roccia, non esageratamente esposti e che comunque non richiedono conoscenze specifiche. Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono un certo senso di orientamento, allenamento alla camminata e a sali/scendi, oltre a calzature ed equipaggiamento adeguati.
EE= Escursionisti Esperti. Sono itinerari sia segnati che non, con diverse difficoltà: il terreno può essere costituito da pendii scivolosi di erba, misti di rocce ed erba, pietraie, pendii non alpinistici o anche singoli passaggi rocciosi di facile arrampicata con possibile uso delle mani in alcuni tratti. Pur non essendo percorsi che richiedono attrezzatura particolare è possibile trovare alcuni tratti attrezzati poco impegnativi e che non necessitano di dispositivi di autoassicurazione. Richiedono una discreta conoscenza dall’ambiente alpino, passo sicuro ed assenza di vertigini. La preparazione fisica deve essere sicuramente molto più adeguata e abituata a percentuali di pendenza anche sostenute e dislivelli sostenuti. Sono sicuramente presenti tratti esposti, difficili a livello tecnico e fisico, quindi più impegnativi e con rischi maggiori.
EEA = Escursionisti Esperti con Attrezzatura. Sono i percorsi esperti attrezzati o in cui si necessita di dispositivi di autoassicurazione (cordini, moschettoni, imbracatura, dissipatore, casco, etc.). In questa categoria fanno parte anche le Vie Ferrate. C’è bisogno di esperienza su sentieri EE e di conoscenza migliore dei possibili terreni (roccia, pendii erbosi etc.), assenza totale di vertigini, passo sicuro e allenamento già più intensivo. Sia a livello fisico che tecnico richiedono particolare attenzione, sarà possibile incontrare pendenze anche elevate, discese e salite scoscese, dislivelli maggiori.

GPS o mappa?

GPS o mappa sono entrambi metodi di orientamento fondamentali. La soluzione perfetta sarebbe quella di utilizzarli incrociando le possibilità di entrambi. Nell’era della tecnologia siamo sicuramente più propensi all’utilizzo di sistemi smart, quindi il GPS, che sia il dispositivo portatile oppure quello integrato nel cellulare, potrebbe rivelarsi la soluzione più veloce.
Sicuramente, a prescindere dalla scelta che verrà fatta, un sistema di rintracciamento e orientamento è tassativamente fondamentale, talvolta anche vitale.
Ci sono PRO anche per la mappa cartacea. Il semplice fatto di imparare a leggerla, perché nel caso in cui il GPS o lo smartphone si spengano (ed è possibile causa cambio temperatura, umidità, problemi vari etc.), la mappa cartacea, se ben mantenuta nello zaino, difficilmente ci abbandonerà. Ha la capacità di dare uno sguardo totale alla zona circostante, anche a grandi distanze, dando la possibilità di orientarsi in modo più specifico su grandi spazi. Da la possibilità di apprendere cenni di cartografia, di allenare la mente, di sviluppare un senso di orientamento più corretto. C’è la possibilità di segnare su carta il sentiero che vorremmo fare. I PRO poi sono sempre molto soggettivi, ma già solo la possibilità di poter apprendere e sviluppare la mente ad un senso di orientamento più tecnico, è già ottima cosa.
Di svantaggio c’è sicuramente l’impossibilità di capire propriamente il punto esatto in cui siamo fermi, nel caso di perdita del sentiero o per qualsiasi altro motivo, causa una probabile mancanza di capacità di orientarsi per bene. Quindi sempre meglio cercare di non andare nel panico e di usare la combo: bussola + mappa. Osservando ciò che ci circonda.
Il GPS dà sostanzialmente le stesse possibilità di una mappa cartacea, con la differenza che riesce, di solito, a captare il punto esatto in cui ci troviamo sulla mappa. Dà la possibilità di registrare la traccia dell’itinerario percorso e salvarla. Ci registrerà chilometri, percentuale di pendenza, dislivello e molto altro. Alcune app ci mostreranno vere e proprie mappe della sentieristica del posto, dandoci la possibilità, come quelle cartacee, di scegliere l’itinerario che vogliamo fare già prima di cominciarlo. Lo svantaggio potrebbe essere la mancanza di “insegnamento” della lettura cartografica, lasciandoci molta più automatizzazione, cosa che spesso ci priva della possibilità di apprendere e sviluppare determinate capacità di orientamento che potremmo ritenere assolutamente essenziali.
Il GPS è già integrato dentro a tutti gli smartphone. Basterà scariche app adatte all’escursionismo/trekking per poterne fare un uso ancora più corretto. L’altra soluzione, ancora più precisa rispetto ad un GPS integrato, è comprare un dispositivo GPS portatile, che registrerà una traccia molto più corretta rispetto a quella di un GPS da smartphone.
C’è da dire che sicuramente il GPS si è reso indispensabile, a prescindere dalla scelta che se ne farà. E’ di vitale importanza portarsi dietro qualcosa che registra la nostra posizione, perché, in caso di necessità, aiuto e quant’altro, i soccorsi potranno vedere il prima possibile la nostra posizione. Questa è una catastrofica possibilità, ma è sempre bene partire prevenuti e consci del rispetto che la montagna necessita.
Nel caso si utilizzi solo ed esclusivamente un GPS, ricordiamoci sempre di avere con noi una power bank di scorta.

Scarpe da ginnastica Sì o No?

Qualsiasi buon escursionista o trekker difficilmente ti dirà di partire con lui/lei senza avere con te un paio di scarpe adatte.
Solitamente è consono partire sempre con delle calzature (che siano alte o basse, quindi che coprano o meno la caviglia) adatte per l’escursione, i più comunemente chiamati scarponi. Tutto ciò, ovviamente, dipende anche dal sentiero che si andrà a percorrere. Normalmente un sentiero classificato come T (turistico), non richiederà l’uso di particolari calzature e quindi sarà possibile seguirlo con un paio di scarpette da ginnastica senza dover necessariamente acquistare qualcosa di nuovo.
Un sentiero classificato come E potrà già cominciare a richiedere l’utilizzo di calzature adatte, sia per il terreno che potremmo incontrare lungo il percorso (scivoloso, roccia, erba etc, quindi anche di vario genere e più difficilmente praticabile con delle scarpe lisce).
Sentieri EE, EEA, sentieri alpinistici e vie ferrate sono assolutamente da escludersi se non fatte con la dovuta scarpa.
Gli scarponi da trekking possono essere sia bassi che alti. Questa è una scelta molto soggettiva: alcuni preferiscono avere più mobilità sulla caviglia e quindi tenere una calzatura più bassa, altri preferiscono avere una stabilità maggiore e preferiscono una calzatura più alta. Questione principale è riuscire a capire dove si riesce a stare più comodi e nel contempo anche sentirsi più sicuri.
Una calzatura più alta, tecnicamente parlando, dà sicuramente più stabilità soprattutto sui sentieri scoscesi.
C’è da sottolineare anche che gli scarponi non sono tutti uguali, se performanti possono essere adeguati alla maggior parte dei sentieri, ma inadatti su terreni che richiedono una progressione più tecnica e sicura.
Solitamente si cerca di muovere i primi passi nel trekking con una scarpa il più versatile possibile, e poi fare un progresso cercando di capire quale sia la scarpa migliore per sé tenendo in considerazione anche il tipo di sentieri e di attività che vorremmo fare.
Consigliabile sempre una scarpa waterproof, quindi resistente all’acqua.
Consigliabile la più innovativa suola VIBRAM, che ne produce di diverse tipologie adattabili su terreni diversi, e che, ad ora, è considerata una delle migliori suole al mondo. Sono composte da mescole sintetiche, che possono essere composte da circa 15-20 diversi ingredienti (tra cui ad esempio zolfo, carbonio, silicio).

Cosa portare nello zaino: i primi passi nel mondo del trekking

Fare lo zaino è uno dei passi fondamentali di un buon escursionista. Salvo necessità soggettive, ci sono cose di assoluta importanza da non dimenticare per godersi l’avventura.
Per quanto sia apparentemente banale, portarsi dietro una buona riserva d’acqua è uno dei passi principali. Meglio sempre averne un po’ in più che un po’ in meno. Tutto varia anche a seconda del meteo, della stagione e di quanto una persona normalmente beve. Ma partiamo dal presupposto che non sarebbe male avere con sé almeno 1,5 l o, meglio ancora 2 l. D’estate potrebbe essere tranquillamente necessario anche averne con sé di più.
Potremmo sempre tenere in considerazione la possibilità di trovare fonti durante l’itinerario, e sarebbe sempre consono informarsi di questo prima della partenza.
C’è da considerare anche che il materiale indispensabile da portare con sé, varia anche molto a seconda del percorso da fare. Un sentiero EEA, sia per questioni di sicurezza, di prevenzione, di difficoltà tecnica e fisica, necessiterà di considerare quasi indispensabili cose che in un sentiero T o E potremmo quasi non considerare.
Qui un elenco di ciò che potremmo ritenere di indispensabilità anche per chi è alle prime armi con il trekking.

  • acqua (almeno 1,5 l, 2 l o anche più a seconda del sentiero, stagione etc.), cibo (sia pranzo/cena, snack, salvo intolleranze/allergie, ottima la frutta secca a guscio e non, cioccolata)
  • GPS (smartphone o dispositivo esterno) + powerbank (ottimi anche quelli a energia solare) e cavi necessari
  • fazzoletti
  • cappello, collo, impermeabile, volendo abbigliamento di ricambio o abbigliamento per coprirsi a strati, calzini di ricambio
  • coltellino e accendino, o anche pietra focaia, fiammiferi etc.
  • orologio, bussola, torcia da testa, possibile mappa cartacea
  • fischietto
  • kit di primo soccorso (acquistabile in piccole confezioni apposite), amuchina o disinfettante
  • un piccolo quadernino e penna
  • nastri telato e isolante, cordino, filo

Sebbene alcune cose siano agli occhi di tutti essenziali, altre potrebbero sembrare meno necessarie. Ripeto che le necessità cambiano anche a seconda dell’itinerario da fare, della durata, della difficoltà etc., ma questo significa semplicemente che, cose che, all’apparenza potrebbero sembrare inutili, non lo sono, o almeno non lo sono in caso di necessità e/o bisogno di soccorso.
Un mio consiglio è semplicemente cercare di capire cosa potrebbe diventare essenziale nel caso in cui mi perdessi o mi facessi male e non avessi possibilità istantanea di essere ritrovata o soccorsa. Ci sono cose che diverrebbero automaticamente indispensabili.

Ricordarsi sempre, in ogni caso, di avere un sé qualsiasi strumento che possa dare la possibilità di essere, almeno in caso di soccorso, facilmente tracciabili e ritrovabili. Ad ora, lo smartphone è la soluzione più comune.

Capire il meteo: quando è consono partire

Capire il meteo necessita studi approfonditi e non è quindi corretto cercare di parlarne in poche righe o comunque in pochi paragrafi.
C’è da dire che il meteo è di essenziale importanza quando si tratta di decidere se fare o no un itinerario di trekking.
E’ sempre buona norma guardare nei giorni precedenti e anche il giorno stesso, la mattina presto o anche subito prima di partire cosa ci segnala il meteo, anche comparando diverse fonti. In montagna è solito trovarsi di fronte ad un meteo che cambia anche solo in pochi minuti e questo potrebbe coglierci spesso alla sprovvista.
Se il meteo, controllato sia i giorni precedenti che il giorno stesso, continua a segnalare clima ottimo tutto il giorno, fino a notte, il problema, in teoria, non si pone. Se invece ci avverte della possibilità di incontrare nuvole o pioggia, ci troveremo a che fare con condizioni estremamente più complicate a seconda della difficoltà del sentiero.
Ovvio quindi che è meglio non incamminarsi su sentieri non adatti in condizioni sfavorevoli; uno dei peggiori terreni da percorrere è la roccia umida o bagnata, ma anche una bella discesa erbosa completamente zuppa di pioggia.
Non c’è da scherzarci, bisogna sempre tenere fede alla condizioni del meteo: nel caso in cui ci trovassimo di fronte ad un temporale, a pioggia forte o condizioni meteorologiche non per niente favorevoli, meglio non partire, tornare indietro se già in cammino, se la possibilità di tornare indietro sussiste, oppure cercare riparo il prima possibile.
Di nuovo, bisogna sempre cercare di rispettare la montagna e, in questo caso, la si rispetta semplicemente cercando di non sfidarla laddove non è possibile.
L’argomento meteo è piuttosto complesso e io non ne ho le piene capacità per poterne parlare con tutta la facilità che necessiterebbe. Il consiglio per chi inizia è semplicemente cercare di capire che il meteo è parte integrante del trekking: se non ci sono le condizioni meteorologiche adatte al tipo di itinerario da percorrere, il trekking andrà inevitabilmente rimandato.

Consigli utili generali

  • Bastoncini da trekking sì o no?
    Questa è una questione prettamente soggettiva. E’ indubbio che, a prescindere dalla scelta personali, i bastoncini aiutino a scaricare peso, soprattutto nelle discese. Se ben usati, agevolano la camminata, danno la possibilità di sentire meno fatica sulle gambe e di aiutarsi con la forza delle braccia. C’è chi li utilizza sempre, chi solo su determinati sentieri o su trekking di più giorni in cui la fatica è sicuramente più accentuata, sia chi non li utilizza mai. Questa è una scelta personale.
  • Vertigini: escursionismo sì o no?
    Assolutamente sì. Non tutto l’escursionismo è su dirupi, creste affilate, pendenze elevate. Tantissimi sentieri non presentano nessun tipo di problema anche per chi soffre di vertigini o, comunque, di acrofobia. L’importante è conoscere i propri limiti e cercare di superarli solo ed esclusivamente quando ci si sente pronti. Molte persone hanno combattuto la loro fobia, la loro paura, con la montagna, ma, eventualmente, dev’essere fatto tutta con coscienziosa progressione.
    Nel caso di panico, farsi aiutare e farsi sostenere dai compagni e non avere nessuna fretta di procedere.
  • Serve una preparazione fisica adatta?
    Dipende. Dipende da che tipo di trekking si sceglierà di fare. Un’escursione semplice, di tipo T o anche molte E, non necessitano particolari doti sportive o fisiche. L’escursionismo è adatto a tutti, ci sono sentieri fattibili anche in sedia a rotelle. E’ uno sport per tutti semplicemente perché porta con sé diversi livelli di difficoltà. Ed è sempre buona norma fare tutto con particolare progressione e passare ai livelli di difficoltà successivi avendo prima fatto esperienze minori.
  • Non riesco più ad andare avanti ma ormai voglio arrivare in vetta, cosa faccio?
    Frase tipica dei trekker. Ci sono diversi motivi per cui, ad un certo punto, è possibile dover fare i conti con l’idea di non poter continuare. Va contro l’orgoglio, certo, ma bisogna restare lucidi. In caso davvero non ci si senta in grado di procedere per i più svariati motivi, bisogna saper accettare quel momentaneo limite e, nell’eventualità, tornare indietro. Non si sale se il meteo non ce lo consente, non si sale se non siamo abbastanza lucidi (che sia per stanchezza o qualsiasi altro motivo), non si sale se comincia a far buio e non siamo attrezzati. Ci sono molti motivi per imparare a darsi uno stop.
    Se la passione per la montagna comincerà a radicarsi, si radicherà con sé anche la voglia di arrivare alla meta a tutti i costi. Dovremmo assolutamente imparare a capire quando non ci è possibile raggiungerla per un motivo o un altro.
  • Voglio fare quel sentiero EEA, ma non ho molta esperienza. Posso farlo?
    Dipende. Potresti farlo tranquillamente e non avere nessun tipo di problema, oppure potresti farlo e accorgerti nel bel mezzo del percorso che non eri abbastanza pronto.
    Bisogna fare esperienza. Sarebbe un po’ come pensare di iniziare a giocare a calcio e credere di poter andare in serie A dopo un mese, un po’ come pensare di fare basket da un anno e finire in NBA subito dopo. Potrebbe andare tutto bene, oppure forse potrebbe esserci bisogno di più pratica.
    Ogni cosa ha bisogno di tempo, anche il trekking. Più si sale di difficoltà, più, non solo si incontreranno esigenze di preparazione tecniche e fisiche che ovviamente non sono necessarie su sentieri più semplici, ma la quantità di rischi aumenta sempre di più. Se non si è abituati ad aver a che fare con quella tipologia di rischi, ci si troveranno tutti di fronte senza avere la più pallida idea di come scansarli o di come risolverli nel caso dovessero realizzarsi.
    Non ci dev’essere fretta. L’esperienza è il miglior modo per procedere in montagna. E, sopratutto, dobbiamo sentirci dentro che è arrivato davvero al 100% il momento di poter fare quell’itinerario più difficile.

Questa breve guida per le prime esperienze certamente mancherà di altri consigli, ma reputo questi di fondamentale importanza.

L’escursionismo si può praticare al mare, in campagna, in collina e in montagna. E’ uno degli sport più appaganti di cui potremmo fare esperienza, perché ci mette appieno a contatto con ciò che ci circonda e con cui conviviamo costantemente. Ci dà la possibilità di godere di panorami stupendi, di poter vedere animali selvatici, di conoscere luoghi prima sconosciuti, di incontrare persone oppure di rimanere anche in solitaria senza dover necessariamente spiegare il perché.
Quando si comincia a progredire di difficoltà, è sempre bene farlo con coscienza.
In ogni caso, l’escursionismo/il trekking, una volta provati, difficilmente vorremmo toglierli dalla nostra vita perché è lì che forse, la vita si assapora meglio.
Lascio qua sotto un mio scritto, una dedica alla montagna, per provare a far capire l’emozione che può esserci di fronte a quelle vette spettacolari che, bene o male, ricoprono un bel mezzo di mondo.

“Non molto tempo fa, una persona mi chiese per quale motivo io salissi in montagna con tutta questa caparbietà.
Io presi qualche istante per risponderle, perché non sapevo effettivamente i motivi. Tutt’ora non credo di saperli del tutto, del resto quando ti piace davvero tanto una cosa, che importanza ha saperne il motivo?
Questa persona però si aspettava da me una sorta di risposta, o almeno qualcosa di simile.
Io le dissi che mi piace sentire le gambe che faticano, sentire che il cuore mi batte più forte e sentirlo veramente dentro la cassa toracica, che apprezzo il fatto che me ne esco da una salita con il fiato corto e le gambe a pezzi e la voglia di continuare a salire.
Che molto probabilmente soffro di dipendenza da adrenalina.
Ma a lei non bastava questa risposta.
Allora ci pensai su ancora un po’.
Lei mi disse che forse, forse era il mio modo per pensare meno, che forse sono una persona tendente a fare le cose e non a stare nelle cose. Che forse faccio un po’ fatica a gestire le emozioni e ciò che sento dentro, così cerco qualsiasi cosa che possa distrarmi. Sono una che fa tanto e sta poco.
Io ci pensai su.
Non era mica poi così tanto sbagliato.
Le dissi però che lassù, in vetta, su di una ferrata, in montagna, lassú ci sto appieno nelle emozioni. Le sento tutte quante, una dietro l’altra. Tutte le emozioni, tutti i sentimenti.
Tutto è estremizzato.
E tutto diventa più bello, e meno pesante.
Allora è lassù che, dopo aver fatto tanto, riesco a stare del tutto.
E il cuore che batte forte nel petto, non so più se esplode di cose da provare o da fatica da smaltire.”

ultimo scatto originale di Pietro B.


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Il mondo intero sta attraversando un periodo che finirà tranquillamente nei libri di storia di un futuro anche abbastanza prossimo.
L’economia sta cedendo, il turismo è fermo, la gente ha solo paura, la gente è letteralmente chiusa in casa senza molta possibilità di muoversi.
Si creano file lunghe fuori dai supermercati, ci sono divieti e restrizioni per abbracci, baci, strette di mano. Non è possibile guardare negli occhi la mamma, o il papà, la sorella, l’amico, il fidanzato o la fidanzata che abitano in un altro comune, o in un’altra Regione. Per correre fuori, all’aria aperta, in piena campagna, ci vuole un’auto-giustificazione che ne attesti il comprovato ed esigente motivo. E’ tutto molto surreale, no?
L’Italia sta attraversando un ennesimo capitolo di storia moderna.
Siamo tutti un po’ impauriti, chi più, chi meno, un po’ confusi, un po’ offuscati dalla quantità esorbitante di informazioni negative bombardate minuto dopo minuto su internet, nelle tv, sui giornali, nelle parole della gente che parla costantemente del solito argomento.
Chi l’avrebbe mai detto.

Ma adesso che siamo in casa, salvo la necessità ovvia di prendere atto di informazioni veritiere dettate dalla Sanità e dal Governo, dovremmo tutti spegnere un attimo il cervello dalla paura e dal bombardamento giornalistico quotidiano, aprire la finestra, guardare se fuori c’è il sole, lasciare che i raggi possano entrare in casa, e fare qualcosa di sano per se stessi.
Dedicarsi allo sport in casa, alla cura di sé, di chi abita con noi e della casa stessa, all’arte, agli hobby; dedicarsi a qualsiasi cosa che possa farci bene per superare un periodo di distanza, di mancanza, di affettività e di privazione di libertà, con la speranza che tutto questo possa finire il prima possibile.

E sarebbe bello dedicare un po’ di tempo alla lettura. A quei libri in carta da sfogliare pagina dopo pagina. Lasciare fuori dai pensieri, per un po’, quella quantità eccessiva di informazioni un po’ false, un po’, purtroppo, vere.
E, visto che non possiamo permetterci di spostarci, di viaggiare, di vedere e di osservare con occhi, mani e corpo, potremmo provare a entrare nel viaggio di chi il viaggio lo ha scritto nelle pagine di un libro. Potremmo provare ad andare in Australia, in Alaska, in Asia, in Spagna. Potremmo andare ovunque, soltanto provando a immergerci in qualche libro.
Qui ci sono cinque titoli di libri che ho amato, apprezzato e tutt’ora amo. Libri che ho letto anche più di una volta, nonostante ne conosca la trama per filo e per segno. Libri che tengo sulla mensola più bassa della mia camera da letto, così posso almeno leggerne i titoli ogni volta che mi metto di fronte al pc.
Cinque libri che mi hanno fatto scoprire una parte di me che non conoscevo, sentirmi parte di quelle storie, come se le avessi vissute con loro e/o al posto loro, e maturare, crescere, sentirmi quasi compresa o, almeno, imparare a comprendere.
Libri che mi hanno fatto viaggiare pur standomene sdraiata sul letto. Ed è assurdo, no? come basti così poco per andare dall’altra parte del mondo, pur rimanendo ferma nel solito posto.

Ho deciso di non considerare questa lista come una classifica, ma semplicemente come cinque consigli di lettura senza preferenze. Spero possiate anche voi leggerlo senza vederci dentro una lista con un ordine ben preciso perché, beh, non c’è nessun ordine di importanza da me dettato se non quello che ognuno vuole attribuirgli a suo piacimento.
Ho lasciato anche una piccola votazione personale, ma in ogni caso sono tutte votazioni molto alte, perché i libri li consiglio semplicemente perché li ho davvero apprezzati in maniera non quantificabile.


5 LIBRI DA LEGGERE PER VIAGGIARE SENZA NEMMENO PARTIRE


5. Wild, Cheryl Strayed

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STORIA VERA

“Dopo la morte prematura della madre, il traumatico naufragio del suo matrimonio, una giovinezza disordinata e difficile, Cheryl a soli ventisei anni si ritrova con la vita sconvolta. Alla ricerca di sé oltre che di un senso, decide di attraversare a piedi l’America selvaggia tra montagne, foreste, animali selvatici, rocce impervie, torrenti impetuosi, caldo torrido e freddo estremo. Una storia di avventura e formazione, di fuga e rinascita, di paura e coraggio. Una scrittura intensa come la vicenda che racconta, da cui emergono con forza il fascino degli spazi incontaminati e la fragilità della condizione umana di fronte a una natura grandiosa e potente.”

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Votazione personale: 9/10

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


4. Un Indovino Mi Disse, Tiziano Terzani

“Ma chi ha ormai il coraggio di dire: «Fermi! Cambiamo strada»? Eppure, se fossimo spersi in una foresta o in un deserto, ci daremmo da fare per cercare una via d’uscita! Perché non far lo stesso con questo benedetto progresso che ci allunga la vita, ci rende più ricchi, più sani, più belli, ma in fondo ci fa anche sempre meno felici? Non c’è da meravigliarsi che la depressione sia diventata un male tanto comune. È quasi rincuorante. È un segno che dentro la gente resta un desiderio di umanità.”

STORIA VERA

“Nella primavera del 1976 un vecchio indovino cinese avverte Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai». Dopo tanti anni il grande giornalista non dimentica la profezia, ma anzi la trasforma in un’occasione per guardare al mondo con occhi nuovi: decide infatti di non prendere aerei per un anno, senza tuttavia rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diventa così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria: spostandosi in treno, in nave, in auto, e talvolta anche a piedi, Terzani si trova a osservare paesi e persone della sua amata Asia da una prospettiva nuova, e spesso ignorata. Dopo oltre vent’anni di «viaggio» e oltre un milione di copie vendute, lette, rilette, prestate e regalate, “Un indovino mi disse” continua a parlarci con voce sempre nuova e avvincente.”

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Votazione personale: 8/10

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


3. Vela Bianca, Sergio Bambarèn

Ciò che conta nella vita
 non è quello che si ha,
ma quello che si fa.

“Sposati da otto anni e intrappolati in un’esistenza banale, Michael e Gail lottano disperatamente contro il naufragio del loro matrimonio. Un giorno decidono di lasciare tutto e salpare su una barca, Vela Bianca, che li condurrà nell’incanto dell’emisfero australe. Nel lungo viaggio verso la felicità, i due portano solo la piccola scatola che un tempo un vecchio libraio di Auckland donò loro, con la promessa di aprirla in mare aperto. E presto si accorgono dello straordinario tesoro che hanno tra le mani, l’insegnamento più prezioso di tutti: il vero paradiso è dentro di noi, se solo vogliamo vederlo.”

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Votazione personale: 8/10

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2. On the Road, Jack Kerouac

“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio,
e oltre il buio il West.
Dovevo andare.”

STORIA VERA

“Sal Paradise, un giovane newyorkese con ambizioni letterarie, incontra Dean Moriarty, un ragazzo dell’Ovest. Uscito dal riformatorio, Dean comincia a girovagare sfidando le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Dean decide di ripartire per l’Ovest e Sal lo raggiunge; è il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in sé una caratteristica eroica, Sal non può fare a meno di ammirarlo, anche quando febbricitante, a Città del Messico, viene abbandonato dall’amico, che torna negli Stati Uniti.”

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Votazione personale: 8/10

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


1. Into the Wild, Jon Krakauer

“C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale.”

STORIA VERA

“Nell’aprile del 1992 Chris McCandless si incamminò da solo negli immensi spazi selvaggi dell’Alaska. Due anni prima, terminati gli studi, aveva abbandonato tutti i suoi averi e donato i suoi risparmi in beneficenza: voleva lasciare la civiltà per immergersi nella natura. Non adeguatamente equipaggiato, senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che avrebbe incontrato, venne ritrovato morto da un cacciatore, quattro mesi dopo la sua partenza per le terre a nord del Monte McKinley. Accanto al cadavere fu rinvenuto un diario che Chris aveva inaugurato al suo arrivo in Alaska e che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane. Jon Krakauer si imbatté quasi per caso in questa vicenda, rimanendone quasi ossessionato, e scrisse un lungo articolo sulla rivista «Outside» che suscitò enorme interesse. In seguito, con l’aiuto della famiglia di Chris, si è dedicato alla ricostruzione del lungo viaggio del ragazzo: due anni attraverso l’America all’inseguimento di un sogno. Questo libro, in cui Krakauer cerca di capire cosa può aver spinto Chris a ricercare uno stato di purezza assoluta a contatto con una natura incontaminata, è il risultato di tre anni di ricerche. Ma Nelle terre estreme, però, non è solo la ricostruzione degli eventi che portarono Chris McCandless alla morte, è anche una metafora sul rapporto tra la nostra civiltà e la natura che la circonda, è un formidabile tentativo di penetrare le segrete vibrazioni che percorrono tutte le giovinezze, è un viaggio del corpo e dell’anima scritto da un maestro del racconto d’avventura che qui si mette in gioco lasciandosi coinvolgere – assieme al lettore – dalle figure eroiche di cui narra.”

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Votazione personale: 10/10

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


Un’altra breve lista di titoli particolarmente interessanti e che posso consigliare in tutta tranquillità sono:
Lost GirlsJennifer Bagget, Holly C. Corbett, Amanda Pressner
In Un Paese Bruciato dal SoleBill Bryson
L’Onda PerfettaSergio Bambarén
Into the Wild TruthCarine McCandless
In AsiaTiziano Terzani
A Passo d’UomoMattia Miraglio
e, in realtà, ne potrei elencare molti di più.

Voi avete qualche libro inerente ai viaggi? Qualcosa che vi porta un po’ in giro per il mondo standovene seduti al caldo, in casa?
Voi avete un metodo alternativo di viaggiare, quando viaggiare fisicamente proprio non è possibile?

DAL BLOG

Ho fatto un giro per Mandalay con un monaco buddhista

Stavamo mangiando un gelato comprato ad un bar un po’ malconcio a pochi soldi, pochi secondi prima. Già si stava sciogliendo sotto quel tasso di umidità pari ad un numero sicuramente superiore al cento. Guardammo bene che non fosse scaduto e aperto, disinfettammo la…

In Polonia, fra Varsavia, Poznan e Cracovia

Di fronte ad Auschwitz, solo silenzio. E sconforto. E rabbia. D’esser lì a sentirmi ricca di fronte a tutta quella povertà ingiusta. Poco più di una settimana prima di partire, mi convinsi.Dissi a me stessa che lo avrei fatto, che avrei davvero realizzato quell’idea…

Irlanda. Un On The Road da Dublino a Galway, fino al nord

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto ad aprile-maggio 2019 Prima di arrivare a toccare le coste irlandesi, ho dovuto sognare per moltissimo tempo. Talvolta, quando prendevo l’autobus per andare a scuola, nelle cuffie risuonava un cd intero dei Flogging Molly o…

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Charles Baudelaire: Quando l’amore per il viaggio diventa poesia

Consiglio vivamente la lettura di tutto il libro “I Fiori del Male”, acquistabile online QUI

C’è da dire che l’idea del viaggio esiste da quando l’essere umano è in grado di muoversi. Siamo essere muniti di coscienza, e quella coscienza andrà nutrita per tutto il resto della vita, almeno quella terrena. Quindi, sostanzialmente, siamo viaggiatori ed esploratori da sempre e, forse, si spera, per sempre. Il sogno di vedere l’altra parte del Pianeta, il sogno di conoscere, di sapere, di entrare in contatto con le culture che compongono il puzzle da millemila pezzi che è questa Terra, fa parte del corredo umano, in generale parlando. Gli esseri umani desiderano viaggiare, chi per un motivo, chi per un altro, c’è chi ancora invece i motivi non li sa. C’è chi viaggia per scappare, chi per il desiderio dell’altrove, chi per scoperta, chi per il mero gusto di viaggiare. I motivi sono infiniti, e ognuno ha la sua personalissima spinta a farlo. Ci sono centinaia e centinaia di nomi presenti sui libri di storia, ad indicare chi, secoli fa, ha deciso di mollare letteralmente il porto e partire.
Cook, Marco Polo, Colombo, Cartier, Amundsen, Twain e tantissimi altri uomini e donne hanno avuto l’opportunità di poter vedere un pezzo di mondo, sentirsene parte, raccontarlo in quei diari pieni zeppi di immagini e racconti di bordo, di incontri con aborigeni, di terre desolate incontrate per caso lungo un tragitto distante oceani e continenti.
Siamo esploratori da sempre. E il viaggio fa parte di noi; del resto, la vita stessa è un viaggio.
Charles Baudelaire non la pensava poi così tanto in modo diverso. Anche per lui, poeta e filosofo dell ‘800, la vita stessa era un viaggio, e non c’era modo migliore di viverla anche viaggiando. E quel viaggio doveva essere sì, certo, fisico, un movimento, uno spostarsi ed esplorare nuovi confini e terre, per arricchirsi, per farne tesoro, esperienza, conoscenza, ma anche per fare un vero e proprio viaggio interiore, più introspettivo, ancora più personale.
Un viaggio fisico avrebbe dovuto essere corredato di un viaggio interiore, per essere un vero e proprio viaggio.

Scrisse poesie, frasi, aforismi dedicati al viaggio e questi, tutt’ora, sono letti in tutto il mondo. E forse un motivo c’è. Forse la gente ha bisogno di leggere quelle parole per trarne il coraggio di partire, o per cambiare, per migliorare, per conoscere.
Perché, del resto, anche quegli stessi libri, quelle stesse poesie, sono viaggi.

Le voyage è un poema contenuto nella sezione La Morte, l’ultima dei Fiori del Male. Baudelaire affronta il tema del viaggio, uno degli argomenti più trattati nella storia della letteratura. Lo accosta alla vita, lo tratta come tale, lo apprezza, lo ama. Regala spunti di riflessioni, pensieri, frasi che sono tutt’ora inni al viaggio. Ma suppone anche la possibilità che anche i viaggiatori più esperti possano poi non esser felici, laddove si appoggiano costantemente al desiderio di ripartire verso un altro luogo nella speranza di qualcosa di diverso. Laddove si dimenticano di apprezzare ciò che hanno davanti.
Il fatto è che forse dovremmo soltanto imparare ad apprezzare quel che si ha, quel che si vede, con la forza di puntare sempre oltre, ma senza mai denigrare ciò che abbiamo di fronte. E’ di nuovo un po’ il senso della vita. Non accontentarsi mai se qualcosa non ci piace, puntare sempre oltre, ma senza mai disprezzare il bello che si può trovare ovunque. Apprezzare ogni singolo momento, perché la fine e l’inizio sono sempre gli stessi per tutti, ma la storia nel mezzo è ancora tutta da scrivere. E ne va catturata la parte più bella senza lasciarsela mai sfuggire, senza stancarsi mai e poi mai. Fino alla fine.


I

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:

c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II

Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

Destino singolare in cui la meta si sposta;
se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
l’Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
per potersi riposare corre come un matto!

L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!»
Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria:
«Amore… gioia… gloria!» É uno scoglio, maledizione!

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di vedetta
è un Eldorado promesso dal Destino;
ma la Fantasia, che un’orgia subito s’aspetta,
non trova che un frangente alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
marinaio ubriaco, scopritore d’Americhe
il cui miraggio fa l’abisso più amaro?

Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
il suo sguardo stregato scopre una Capua
ovunque una candela illumini una topaia.

III

Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
i vostri ricordi incorniciati d’orizzonti.

Diteci, che avete visto?

IV

«Abbiamo visto astri
e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
molte volte ci siamo annoiati, come qui.

La gloria del sole sopra il violaceo mare,
la gloria delle città nel sole morente,
accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.

Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
non possedevano mai gl’incanti misteriosi
di quelli che il caso creava con le nuvole.
E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

– Il godimento dà al desiderio più forza.
Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,
verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Crescerai sempre, grande albero più vivace
del cipresso? – Eppure con scrupolo abbiamo
raccolto qualche schizzo per l’album vorace
di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
troni tempestati di gemme luminose;
palazzi cesellati il cui splendore fatato
sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;

costumi che per gli occhi son un’ebbrezza;
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

V

E poi, e poi ancora?

VI

«O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa principale,
abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
dall’alto fino al basso della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato;

la donna, schiava vile, superba e stupida,
s’ama senza disgusto e s’adora senza vergogna;
l’uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

il martire che geme, il carnefice contento;
il popolo innamorato della brutale frusta;
il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
il veleno del potere che snerva il despota;

tante religioni che alla nostra somigliano,
tutte che scalano il Cielo; la Santità,
come un uomo fine su un letto di piume,
fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;

l’Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
e delirante, adesso come in passato,
nella sua furibonda agonia urla a Dio:
«Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
per trovare rifugio nell’oppio senza limiti!
– Questo del globo intero l’eterno bollettino.»

VII

Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
Il mondo monotono e meschino ci mostra,
ieri e oggi, domani e sempre, l’immagine nostra:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se devi. C’è chi corre, e chi si rintana
per ingannare quel nemico che vigila funesto,
il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

come l’Ebreo errante e come l’apostolo,
al quale non basta treno o naviglio,
per fuggire l’infame reziario; e chi invece
sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
potremo sperare e urlare: Avanti!
E come quando partivamo per la Cina,
gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

così c’imbarcheremo sul mare delle Tenebre
col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
Di quelle voci ascoltate il canto funebre
e seducente: «Di qui! Voi che volete assaporare

il Loto profumato! è qui che si vendemmiano
i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
«Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.

VIII

“O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!
Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!
Se nero come inchiostro è il mare e il cielo
sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

Su, versaci il veleno perchè ci riconforti!
E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,
che vogliamo tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?
discendere l’Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.



I Fiori del Male è una raccolta in cui Le voyage chiude il libro. A parere personale, il libro lo consiglio vivamente. E’ acquistabile online su Amazon, anche cliccando qui


riferimenti foto/scritti:
https://society6.com/product/baudelaire-les-fleurs-du-mal522058_print
https://www.ilpost.it/2017/06/25/baudelaire-fiori-del-male/
https://www.libriantichionline.com/divagazioni/charles_baudelaire_viaggioles_fleurs_du_mal
http://opere.loescher.it/opere/polacco_terzomillennioblu/isw/Baudelaire.pdf

DAL BLOG

In Croazia ci siamo persi scalando una montagna in auto

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto a settembre 2016 A settembre 2016 io facevo ancora l’addetta vendita part-time serale. Lavoravo fino alle 20. Lo ricordo ancora come fosse ieri quel giorno.Eravamo in tre amici e decidemmo di partire per la Croazia.A…

Romania. Una settimana nella Terra dei Vampiri

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto a ottobre 2016 C’era un motivo unico per cui, alla fine, avrei semplicemente voluto vivermi qualche giorno un po’ del clima rumeno.Volevo vedere il Castello di Dracula, che poi scoprì chiamarsi Castello di Bran, che…

Quella volta che sono stata in Spagna

diario di viaggio dedicato ad un totale di cinque viaggi fatti dal 2015 al 2019 La prima volta che sono stata in Spagna, dovevo ancora compiere 22 anni.Da qualche anno avevo maturato e stavo maturando nuovi punti di vista, soprattutto sulla vita, un po’…

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Ho vissuto due volte quel sogno americano chiamato Route 66

E’ mattina qua a Los Angeles. Il nostro motel puzza un po’, la moquette è sporca, i letti boh, i letti proprio non lo so.
Stamani mi sono svegliata con Kerouac in testa, avevo in mente le scene di On the Road.
Dovremmo arrivare sulla Route 66 di qui a poco, forse subito, forse fra un po’.
Dovremmo solo caricare le valigie nel portabagagli e partire.
Fuori c’è il sole, un po’ di nuvole. Ma va bene così.
Io penso solo che sono anni ormai che sogno quella strada come si sogna il sogno più grande del mondo.
Come avere mille sogni in testa, scavalcarli tutti per un attimo e raggiungere quello che se ne sta adagiato nel cuore già da un po’.
E’ un po’ come aprire la porta di uno sporco motel della periferia di Hollywood, a pochi passi dall’inizio di un’anticipazione della Walk of Fame, e trovarsi di fronte la California.
L’aria sì, l’aria sa un po’ di smog, ma immaginavo.
Immaginavo una Los Angeles inquinata, fatta d’auto che scorrono sulle Interstate ingolfate di traffico. Eppure c’è qualcosa, in quelle luci, in quella gente, in quella città. Qualcosa che amo, che non so, ma che amo.
Ma poi, parliamone, cosa me ne frega a me di sapere perché ne sono innamorata?

L’ultimo chiude la porta,
le valigie sono già tutte dentro.
Qualche semaforo, e siamo sulla 40. Sul GPS la meta è Kingman.
Già sento la mancanza di Los Angeles, ma so che torneremo lì, nel nostro giro ad anello, nel nostro viaggio di ritorno.
Ci vuole veramente molto tempo all’arrivo. Il navigatore continua ad aumentare le ore di percorrenza, noi ci fermiamo dove capita, ma della Route 66 ancora nessuna traccia.
Già comincio a star male.
Dov’è il mio sogno?
La radio passa le canzoni della nostra playlist. Che poi le passa solo perché le stiamo scegliendo noi, ma va bene così. Ascoltiamo della musica da invidia, posso solo vantarmi di ciò.
Poi talvolta si spegne il cellulare, si sintonizza la digital radio su Radio Pitbull e si alzano i bassi.
Parte musica un po’ house, un po’ così, che non sta molto in quell’Interstate gigantesca, eppure ci sta. Forse starebbe meglio il country.
Dai, mettiamolo.
Io ho solo un po’ voglia di ballare. Sto seduta davanti, perché non posso guidare, ho meno di venticinque anni e il noleggio, lo avessimo intestato a me, sarebbe costato troppo. Così non posso guidare, allora i ragazzi mi hanno lasciato il posto davanti, un po’ come premio sportività, un po’ come quando dai il giocattolino ai bambini al ristorante così non sbraitano per tutto il tempo.
Sono una bambina col giocattolino, e il mio giocattolino è semplicemente questo viaggio. E non c’è gioco più bello di cui potessi fare esperienza.

Le canzoni passano, le miglia pure.
Chi guida ha bisogno di stendere le gambe, è già da un po’ che è lì, con quel dannato cambio automatico che si fa odiare per mancanza d’abitudine.
Usciamo dalla 40, così, senza pensarci molto. C’è bisogno di sgranchirsi le gambe, non importa dove ci stiamo dirigendo.
L’uscita la scegliamo a caso, tanto della Route ancora non c’è traccia e questa cosa comincia un po’ a stancarci.

Allora lo facciamo. Si svolta a destra, le corsie si strettiscono, poi un incrocio, e poi tutto. Tutto tutto insieme. Adesso mi brillano gli occhi.
E adesso mi chiedo, io che credo solo al caso, come può esser questo solo un caso?
Come possiamo scegliere quell’uscita a caso e non sapere che ci saremmo ritrovati inconsapevolmente sulla Route 66, nel mezzo al niente?
Io che credo solo al caso, come posso attribuire al semplice caso, l’essere di fronte ad un sogno grosso quant’è grosso il mio cuore, e forse anche un po’ di più?
Ma sai che c’è? Ma che m’importa, alla fine.
Eccola. Lei è qui davanti a noi.
Ciao Mamma Strada,
Ciao Mother Road.
Ciao bellissima.
Finalmente ci incontriamo. Sei così bella che ho dimenticato quant’era brutto il nostro motel in cui ci siamo svegliati poche ore fa.
Abbassiamo i finestrini, dai, facciamolo. Qui c’è il deserto, c’è la storia dell’America, quella famosa dico, quella del Sogno Americano.
Di fronte a noi c’è una strada lunga fino a Chicago e l’abbiamo trovata davvero.
Di fronte a noi c’è quel niente che a me da l’idea d’esser tutto, e zero auto, e il vento secco. E nelle casse Born in the U.S.A. Ma lo sentite quanto siamo perfettamente stonati a coprire la voce di Bruce? Siamo bellissimi. Siamo veramente belli. Belli come i sorrisi che, se mi volto a guardarvi, avete stampati sul volto. E sapete perché siamo belli? Perché siamo felici sul serio.
Andiamo avanti ancora un po’, un po’ di minuti, non spegniamo l’auto adesso, fuori c’è il mondo, sentite?
L’asfalto brucia sotto le ruote, ho già dimenticato il traffico dell’Interstate, eppure non è poi così lontana. Ci passa vicino, talvolta la rivediamo, eppure perde d’importanza. L’ha c’è pieno di auto, quaggiù c’è solo la musica, e il cuore che batte che fa più rumore di quel camion che abbiamo sorpassato venti miglia fa.
La strada è grigia, di un grigio chiaro, secco. Qua e là ci sono crepe più scure, ma roba da poco, roba che l’auto nemmeno le sente.
C’è una striscia gialla grossa centrale a dividere le due corsie. Ai bordi nessun guard-rail, solo sabbia e le strisce bianche continue, a volte sbiadite, a volte ben pulite.
E poi cespugli secchi, un po’ ingialliti, un po’ verdi, un po’ belli.
Dio, quant’è bella questa vita.
L’orizzonte in realtà è solo il cielo. E ancora strada, strada e strada.
Mille miliardi di volte potrei pronunciarla ancora.
Non ricordo più nemmeno dove dovevamo andare. A me non sta più importando niente.
Il cielo è azzurro, quasi finto. Tipo perfetto, ecco.
Che poi lo trovo assurdo, come alla fine il cielo sia solo uno, eppure ora, ora in quest’esatto momento, il cielo è così diverso da quello che vedo a casa mia. Si rispecchia un po’ a terra, prende i colori dell’America, di quella storia di vecchie città del far-west, e vecchie pompe di benzina rosse e stondate, come quelle dei film di cui non ricordo il nome. Il cielo riflette quel che stiamo vedendo. Forse è lì che lo vedo diverso.

Dai.
Fermiamoci. A terra c’è scritto che siamo sulla Route 66. C’è un marchio gigante, dipinto di bianco.
Fermiamoci.
Riposiamoci qua, che mi piace questo sogno. A voi no?
Scattiamo qualche foto. Mi piacerebbe molto fermare per sempre questo momento. Mi piacerebbe farvi un paio di foto, perché meritate di ricordarvi per bene quel che normalmente si ricorda soltanto nel cuore.
Vorrei saltare.
E allora lo faccio. E poi mi siedo a terra, e mi sdraio, e sorrido.
E la reflex che scatta. E io non capisco più niente.
Passa qualche auto qua e là, niente di che, non mi disturbano il sogno.
Non mi va di rialzarmi subito.
Non ci credo ancora, ho bisogno di tempo per memorizzare. O forse sarebbe meglio se ammettessi a me stessa che ho ancora bisogno di tempo per realizzare.
Io sto bene.
Sto da Dio.
Voi come state? Sono contenta d’esser qua con voi, comunque, vorrei dirvelo, è che non riesco. Come lo spieghi un viaggio così, che ci sono più emozioni che altro?

Poi risaliamo in auto.
Ci sono ancora un sacco di ore di guida da fare, miglia e poi ancora miglia da superare.
Ci sono un paio di vecchie città colorate da vedere, dove fermarci, entrare dentro a quegli sporchi negozietti di souvenir pieni zeppi di roba con scritto Route 66. Potrei starci ore.
Dopo Kingman ci sono pure Seligman, Williams, Flagstaff. E se scorressi la cartina, ci sarebbe una traversata intera degli USA.
E mille miliardi di storie da raccontare. La cosa bella è che in quell’invisibile libro di racconti, adesso, proprio adesso ci sarà anche la nostra storia.
Sarà per me il capitolo più bello, ci farò un album, lo custodirò come si custodisce il tesoro più bello.
Potrei stare ore a parlare con questa gente un po’ consumata dal sole e dal vento e dal deserto. Questa gente che mi sorride, mi chiede qualche dollaro per una toppa che attaccherò al mio zaino e mi chiede da dove vengo.
Io che vengo dall’altra parte del mondo, che non ho visto chissà quanto mondo; ecco, vengo all’incirca da lì.

Ma sai che ti dico?
Ti dico che la Route l’ho immaginata per anni, vista nei film, ascoltata nelle canzoni, letta nei libri.
La Route l’ho idealizzata per tutto il tempo che, fino a quel momento, avevo vissuto su questo Pianeta.
La Route l’avevo solo potuta sognare, fino ad ora.
E niente.
E’ ancora più bella di ciò che pensavo.
E’ davvero infinita, scorre ben oltre quel che si vede nell’orizzonte. Noi stiamo guidando, stiamo attraversando la California e un po’ d’Arizona, si cambia fuso orario, ma la Route rimane sempre e costante in quell’orizzonte lontano.
Ci sono davvero i centauri in Harley, la gente con la barba bianca e il giubbino in pelle pieno di toppe.
Ci sono davvero le ghost-town, la musica country in sottofondo, quaranta gradi e nessun tipo di ombra.
Ci sono davvero quelle persone che si siedono fuori dal piccolo bar, sempre a porta socchiusa, la pubblicità della Coca Cola come sfondo, che ci osservano senza giudizio e ci raccontano le storie che hanno vissuto.
E ci siamo davvero noi,
ora,
a goderci questo tramonto.
Che se volete, se proprio devo dirvelo,
ho i brividi a pensarlo,
che penso che io non lo dimentico.
Perché c’è un silenzio assurdo,
e fra poco le stelle nel cielo saranno a milioni.
E noi le guarderemo.
Qua. Parcheggiati a bordo di questa strada bellissima, sotto una felpa abbastanza pesante da coprirci in quello sbalzo termico tipico del deserto.
Noi saremo qua.
Ancora per un po’.
E scusate se è poco,
se mi sto godendo l’America,
proprio come avrei sempre voluto.

ringraziamenti foto:
1° Giacomo P. – 2° Roberta B. – 3° Giacomo P. – 4° Giacomo P. – 5° Giacomo P.



DIARI DI BORDO D’AMERICA:

Soffro di Mal d’America

“Mi è rimasto un pezzo d’America incastrato fra i sogni” — Giulia Giovacchinitratto da “Mille Sogni, Mille Tramonti” “Di nuovo.Questo mal di pancia se penso all’America lo sento di nuovo.Soffro di mal d’America. E non c’è cura. Mica posso andare dalla dottoressa e chiederle…

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Everett fu un ragazzo nato negli Stati Uniti e partito alla scoperta del grandioso west. Ha molte somiglianze con la più conosciuta storia di Chris McCandless, ma è partito prima, ed ha vissuto, purtroppo una vita più breve. “Una notte, tanto tempo fa mentre…

10 canzoni perfette per un On the Road nel Far West

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La forza di viaggiare mi ha aiutata a reagire

La prima volta che capì che avrei dovuto percorrere la MIA strada era quando finì sul lettino di un ospedale. Ebbi così tanta paura che promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per realizzarmi, a costo di andare in quella direzione considerata…

Trekking Toscana / Via Ferrata di Sant’Antone, Buti PI

Trekking in Toscana, Via Ferrata di Sant’Antone a Buti, Pisa

Periodo: gennaio 2020
Nonostante siano anni che pratico trekking su più livelli di difficoltà, questa è stata la mia seconda ferrata.
Di una bellezza assurda, speciale tanto quanto faticosa e, se posso permettermi di classificarla, alquanto complicata, sia a livello fisico che tecnico.
Presenta numerosissimi passaggi esposti, con appoggi per i piedi talvolta scomodi e talvolta difficilmente arrivabili. Alcuni tratti necessitano di forza anche nelle braccia.
Ci sono passaggi che sono decisamente in arrampicata, anche verticale.


LA FERRATA

Da Buti seguire in auto la ripida salita della strada del Monte Serra per circa 4km fino a trovare, sulla destra, un’area sterrata dove poter parcheggiare.
Nei pressi dell’area si trovano anche una fontana e una piccola casa cantoniera sulla sinistra.
Per raggiungere l’inizio del sentiero, continuare la salita a piedi sulla strada asfaltata per poco meno di 5 minuti fino a trovare, sulla destra, un cartello indicante il sentiero di accesso alla ferrata. Dopo altri 5 minuti circa, si troverà l’attacco della ferrata.

Il primo pezzo della ferrata, fino a raggiungere delle successive scalette in ferro, la reputo la parte più faticosa e tecnicamente difficile. Ma anche, raggiunto il termine della prima parte, la più bella.
Parte subito con l’attraversamento di un traverso a sinistra in leggera salita, e, a seguire, una serie di passaggi aerei e verticali da affrontare con scarponi in estrema aderenza, aiutandosi inoltre con i piccoli appoggi già presenti. Passato un ulteriore tratto verticale ancora estremamente impegnativo, si raggiungono delle scalette in ferro su roccia quasi strapiombante. Qui è molto utile avere buona forza anche nelle braccia.
Arrivati al termine della scaletta, va superato un traverso a sinistra esposto di nuovo su roccia verticale; qui non sono presenti molti appoggi a cui fare affidamento. Seguono un passaggio più semplice e un successivo nuovo traverso. Si continua poi ancora in verticale, prima seguendo una salita e, successivamente, una ripida e impegnativa discesa su cui rimane più complicato trovare appoggi per i piedi. Successivamente ci si trova di fronte ad un altro traverso verticale, ad un costone e ad una risalita in diagonale fino a trovarsi di fronte ad un ultimo passaggio tecnicamente impegnativo dove finisce il primo tratto della ferrata.
A questo punto si può decidere di terminare il percorso qua. Si può scegliere di seguire il sentiero segnato in salita che raggiunge, in poco tempo, il piazzale in località Il Ghiaccetto (536mslm), dove termina anche l’ultimo tratto della ferrata, oppure il sentiero in discesa, che riconduce all’attacco del sentiero dell’andata. Oppure si può continuare con il secondo tratto di ferrata, seguendo le indicazioni poste sugli alberi. Subito è presente un traverso in leggera salita a cui segue un una discesa in verticale tecnicamente e fisicamente impegnativa. Dopo diversi saliscendi, si aggira uno spigolo strapiombante per attraversare poi un lungo traverso esposto in diversi punti. Al fittone n.105 il cavo si interrompe per un breve tratto ed inizia il terzo ed ultimo tratto. E’ una parte particolarmente impegnativa, caratterizzata da un andamento ancor più verticale, diversi passaggi in salita superabili comunque faticosamente con una buona tecnica e forza nelle braccia. Si arriva poi al fittone n° 165 dopo un’ulteriore serie di esposti di diverse difficoltà tecniche e fisiche. Qui è presente un bivio: sulla destra la ferrata termina poco dopo con meno difficoltà, seppur attraversando in esposizione un passaggio particolarmente faticoso, a sinistra, passando sopra un piccolo ponticello sospeso, si raggiunge invece un tratto verticale breve ma che rimane tecnicamente e fisicamente impegnativo seppur facilitato dall’aiuto di due staffe.

SENTIERO DI RITORNO
Dall’uscita della ferrata, seguire un sentiero non segnato ma ben visibile fino a quando si raggiunge il piazzale in località Il Ghiaccetto. Per tornare alle auto basterà seguire la strada asfaltata in discesa per circa 2km oppure raggiungere il sentiero segnato, sul lato est del piazzale, che riscenderà fino all’imbocco del sentiero preso all’andata.

Impressioni:
Come già anticipato, reputo questa ferrata tecnicamente e fisicamente molto impegnativa. La roccia, seppur sia molto stabile e aderente, rimane comunque spesso priva di appigli visibili o facili. Questo mette a dura prova corpo e mente di chi la sta percorrendo, ma io mi sono trovata con picchi di adrenalina assurdi, a cercare di ascoltare il mio corpo, la mia mente e, soprattutto, quel che mi circondava.
L’esposizione è quasi costante, ci sono punti in cui ho fatto veramente molta fatica ad andare avanti, e, se non fosse stato grazie all’uso delle braccia fino a portarle stanche e del cavo d’acciaio, non sarei riuscita ad andare avanti.
Per quel che ne so, riuscire a concluderla come seconda ferrata, è stata una soddisfazione enorme.
I paesaggi sono unici. Non ero nemmeno minimamente cosciente del fatto che a Buti ci fosse un paesaggio di così tanta bellezza. Luogo estremamente boschivo, selvaggio, da l’idea di non stare nemmeno in Toscana.
Ci sono vie d’arrampicata ovunque, inoltre, poco più avanti, riprendendo l’auto e riscendendo poco verso il paese, sulla sinistra inizia un sentiero d’escursionismo facile non segnalato che segue e incornicia delle vie d’arrampicata, arrivando in cima alle lunghe pareti verticali, potendo godere di paesaggi e prospettive bellissime.

Io questa ferrata la consiglio vivamente.
Perché è unica.
Difficile, faticosa, assurda.
A chi non soffre di vertigini, a chi ha già fatto ferrate. A chi ha un po’ di forza fisica.
E mentale.
Perché serve anche quella, veramente.
Assicuratevi per bene ai cavi e fatevi questa ferrata unica nel suo genere se ve la sentite. Io credo proprio che non ve ne pentirete.

Per descrivere nel dettaglio le caratteristiche del percorso, ho preso riferimenti anche da vieferrate.it




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Ho fatto un giro per Mandalay con un monaco buddhista

Stavamo mangiando un gelato comprato ad un bar un po’ malconcio a pochi soldi, pochi secondi prima. Già si stava sciogliendo sotto quel tasso di umidità pari ad un numero sicuramente superiore al cento. Guardammo bene che non fosse scaduto e aperto, disinfettammo la palettina gialla che la signora dalle mani color terra d’argilla ci passò e ce ne tornammo sul ponte.
Stava per tramontare il sole, il signore che ci aveva scarrozzato tutto il giorno in giro per i dintorni di Mandalay ci aspettava da qualche parte dall’altra parte della riva. Ci disse che ci avrebbe dato il tempo di guardare il tramonto, che sarebbe stato bello, e che lo avremmo trovato al solito posto: attraversando un mercato che odorava un po’ di marcio e un po’ di umido, ci sarebbe stato un qualcosa di simile ad un parcheggio dove lui avrebbe atteso.
La palettina gialla del mio gelato sapeva un po’ di Amuchina, un po’ di polvere. Assurdo come io volessi disinfettare qualcosa per poi ritoccarlo con le mani sporche del legno inumidito del ponte su cui ci eravamo sedute coi piedi penzolanti sopra l’acqua.
Eravamo al ponte più famoso di tutto il Myanmar, U-Bein Bridge, e poco prima avevamo scambiato qualche parola con un anziano monaco dalle orecchie giganti. Ricordo che lo vedemmo arrivare da lontano, tonaca di un rosso fortissimo, stesso colore di quell’ombrello che teneva aperto per pararsi da quei raggi solari inondati d’umidità. E si sedette vicino a noi, a parlare e a chiederci da dove venivamo. Che dell’Italia conosceva Sophia Loren, e un po’ di gente di Roma, di Milano e delle grandi città. Viaggiatori, persone comuni, gente che aveva incontrato esattamente lì, dove stavamo noi in quell’esatto momento.

Finimmo il gelato quando già il gelato era diventato frappè. Sostanzialmente eravamo le uniche due “bianche” nell’arco territoriale di quel che probabilmente erano diverse centinaia di metri, forse qualche decina di chilometri. Di europei proprio non ce ne era l’ombra, e tutti i birmani erano attratti in modo così curioso e assurdo da queste due bianche, sedute a terra a mangiare un gelato, tanto da fermarci, chiamarci, chiederci perdono, sputare parole indecifrabili cercando di farci capire di volere una foto con noi.
Mi sentivo una star. Un po’ come se quel ponte malconcio da cui spuntavano fuori chiodi arrugginiti fosse il nostro Red Carpet.
Ma alla fine il nostro momento da star finì, come il gelato. E come quella giornata. Come quella giornata che se ne stava tramontando a picco sull’acqua, e il cielo diventava rosa.
Facemmo giusto una manciata di passi verso il vecchio mercato che, ancora in cammino sul ponte, incontrammo di nuovo quel vecchio monaco dalle orecchie grandi che disse di chiamarsi U Ott Ta Ma. Me lo scrisse lui sulle note del mio smartphone. Ci chiese di ricordarsi di lui, di quel nome. Tornò a parlare di nuovo, un po’ delle stesse cose, un po’ di cose nuove. Lui era curioso, noi ci sentivamo semplicemente fortunate.
Io poi, che dal mio punto di vista guardo qualsiasi religione con estrema curiosità, pur non riuscendo mai a trovarne una che mi catturi abbastanza da cominciare a crederci quel che basta per professarmi credente, mi sentivo quasi stranita, quasi come se avessi l’opportunità di approfondire qualcosa di speciale e non solo nella cultura birmana, buddhista o cosa fosse, ma di approfondire qualcosa di me.
Forse.
Chi poteva saperlo.
Io che poi uno dei motivi principali per cui ero finita in Myanmar, era l’estrema curiosità che ponevo nei confronti di quei monaci così diversi dalla cultura europea.

Sostanzialmente eravamo su quel ponte, al tramonto, a parlare del mondo con un monaco anziano che aveva solo tanta voglia di parlare.

Lui parlava un inglese certamente non perfetto, ma si faceva capire. Ci disse che veniva spesso, quasi tutti i giorni, a vedere il tramonto lì, che era bellissimo, ed era casa sua. Perché lui faceva parte di un monastero che stava proprio lì vicino, ad Amarapura, e sarebbe bastato prendere un autobus locale per arrivarci.
E poi ci fece una proposta bellissima.
Come arrivammo a quel punto proprio non lo ricordo. Ma prendemmo il dono più bello che quel monaco poteva darci e forse lo prendemmo proprio come fosse il dono più bello che il Myanmar stesso potesse darci. Un invito a passare un’intera giornata in giro per Mandalay, guidate da lui, che poi ci avrebbe portato in giro su quelle Jeep malandate piene zeppe di gente sul retro, per attraversare la città, per arrivare al suo monastero, farci vedere come funzionava la vita di un monaco, così povero da non possedere niente più del niente. E parlare, e farci raccontare, della guerra, della gente che lui ha incontrato, della sua vita, quelle nuova, quella vecchia, e della sua famiglia. E solo goderci la fortuna d’esser lì.
Eravamo quasi stupefatte.
Perché a noi? Perché proprio noi? Questa fortuna, quest’occasione a noi due?
Sorridemmo entrambe, lo ricordo come fosse passato solo poco più di un istante.
Sorridemmo a U Ott Ta Ma e lui, velato di quel sorriso fantastico che può possedere solo chi ha il volto stirato da qualche ruga in più rispetto a chi non ha ancora trent’anni, ci disse che due giorni dopo ci avrebbe aspettato alla Torre dell’Orologio, fra l’84esima e la 26esima strada, subito fuori dal grande Mercato, alle nove e trenta in punto.

Sostanzialmente, facemmo veramente fatica a capire dove dovevamo arrivare.
Avevamo una mappa offline scaricata su un App dello smartphone, segnava, a grandi linee, il centro di Mandalay. Ma il centro di Mandalay è il caos fatto città, e capire dove dovevamo andare e, ancor peggio, farlo capire a chiunque potesse darci una mano, era estremamente difficile.
Ci alzammo di buon ora e cominciammo a camminare a piedi. Faceva già caldo, l’umidità faceva sudare anche soltanto respirando quell’aria intrisa di smog.
Attraversammo una delle strade principali, prendemmo un tuk tuk al volo letteralmente nel mezzo alla carreggiata e cercammo di spiegargli il punto dove dovevamo andare.
Ci portò da tutt’altra parte.
Camminammo un po’ cercando di capire dove eravamo e cominciammo a mal sperare nella possibilità di raggiungere l’Orologio e il Mercato alle nove e trenta.
Trovammo un secondo tuk tuk, contrattammo il prezzo e ci portò esattamente lì. U Ott Ta Ma non era ancora arrivato. Eravamo sotto il grande orologio, e cercavamo una tunica rosso scuro da qualche parte in mezzo a quel caos.
Lo aspettammo finché non ci balenò in testa che forse non sarebbe mai arrivato. O che forse eravamo noi nel posto sbagliato. Non stavamo capendo molto di quel che ci stava succedendo, ma andava bene così. Stavamo un po’ viaggiando alla giornata, ed era bellissimo.
Poco prima di perdere del tutto la speranza, un tizio corse verso di noi, ci formulò una frase un inglese che somigliava ad un vago “sta arrivando”, poi aspettò li vicino, finché non comparve dalla parte opposta della strada quello che ormai era diventato il nostro amico monaco. Spiccava in modo particolarmente assurdo dietro tutto quel grigio spento di quei vecchi edifici, e di tutte quelle matasse di cavi elettrici mortalmente a portata d’uomo. Ci salutò, si scusò per il ritardo, e ci invitò a fare un giro del mercato con lui. Dentro c’era un tripudio di colori infinito, vesti di ogni tipo di fantasia, gente sorridente, bambini che correvano e che forse aspettavano semplicemente l’ora per entrare a scuola. La gente era palesemente povera lì. Non trovammo mai ricchezza in Myanmar, e in quel mercato si respirava, o almeno io, io respiravo una sorta di povertà assurda mascherata dalla bellezza di quei colori, e di quei sorrisi. Perché la gente, come U Ott Ta Ma, non aveva niente eppure c’aveva un sorriso che mi dava tutto. Tutto quel che bastava per corrispondere un sorriso che forse non era altrettanto bello.
Ed era bello vedere gli occhi incuriositi della gente, due bianche, da sole, in giro con quegli abiti un po’ strani da occidentali.
Invece U Ott Ta Ma sembrava essere abituato. Spesso ci chiedeva le stesse cose, spesso se ne stava in silenzio e ci guidava e basta.
E a noi bastava così.
Era un momento così speciale che non serviva molto altro se non quel che già stavamo vivendo.

Ci portò a Mandalay Hill, salendo su uno di quelli che loro chiamano autobus. Su quelli che no, non sono autobus, ma a noi piacevano veramente un sacco. Perché davvero riuscimmo ad entrare meglio in quella che era la loro cultura, la loro quotidianità. Ci faceva ridere. Non era il taxi, non era nemmeno l’autobus con l’aria condizionata. Era un cassone carico di gente che si reggeva solo perché pressata fra qualcuno e qualcun’altro. E quando doveva scendere il primo che era entrato, doveva scendere tutto il resto del carico. E chi non entrava, poteva montare sul tettino. O aggrapparsi dietro, stringere forte i tubi e sperare di non prendere una buca di troppo, troppo grossa.
Ed era divertente. Non capire niente. Non sapere cosa stavamo facendo. Eppure sentirsi così vive. Sul serio. Perché era tutto così naturale, per loro, e così strano per noi, che in realtà eravamo l’unica cosa strana per loro.
E giuro, giuro, che hanno dei sorrisi spettacolari ed una curiosità assurda.

Il furgoncino ci scaricò all’ingresso di un tempio locale, in un piccolo villaggio fuori città. Ci togliemmo le scarpe ed entrammo.
C’erano famiglie che cucinavano, bambini che giocavano. I monaci stavano consumando il loro unico pasto del giorno, l’unico che potevano mangiare per rispetto alla loro religione. Una volta al giorno e solo prima delle dodici.
U Ott Ta Ma ci lasciò da sole per un po’, lui si prese il suo meritato tempo di pranzare. Noi fummo letteralmente assalite da miriadi di persone che ci pregavano per avere foto con noi, bambini che ci saltavano addosso, genitori che ci facevano foto con i figli, figli che ci facevano le foto con i loro genitori. Una fila di decine di persone che ci scattava foto e noi che non sapevamo più come fare. Di nuovo sul Red Carpet.
U Ott Ta Ma ci trovò esattamente dove ci lasciò, con la sola differenza che per riprendere il nostro cammino con lui, dovette aspettare che la fila di gente finisse di farsi le foto con noi occidentali, bianche, donne e vestite in modo così strano per loro. Lui sorrideva. Sembrava fosse abituato. Ci spiegava che normalmente vengono pochi europei, al massimo qualche spagnolo. La maggior parte dei viaggiatori dalla pelle chiara in realtà è cinese. Per questo gli europei sono sempre una novità, una stranezza e una curiosità per un popolo ancora poco inviolato dal turismo.

U Ott Ta Ma ci portò di nuovo in giro per il centro, ci porta a prendere un tè, io stupida che prendo una Coca Cola, ma avevo bisogno di qualcosa di estremamente freddo perché fuori faceva estremamente caldo.
Per suo rispetto non pranziamo, seppur lui ci avesse accompagnato in un piccolo bar malconcio per mangiare qualcosa.
Ci sembrava irrispettoso a noi e, nonostante lo stomaco ci chiedesse di ingerire una quantità abbastanza importante di calorie, optammo solo per bere qualcosa in compagnia del monaco.
Ci raccontò della sua vita, che era stato sposato, aveva due figlie, che una abitava a Yangoon, l’altra lavorava in aeroporto. Il suo volto sembrò rattristarsi un po’, ci disse che abitava lontana, che la vedeva poco, ma che l’altra abitava vicino al suo monastero e che gli aveva donato due bellissimi nipoti. Ci raccontò che, dopo la morte di sua moglie, non si sentiva più realizzato, che si sentiva solo e quindi decise di mollare tutto della sua vecchia vita e di vivere nella fede buddhista in modo ancora più importante. Decise di andare a vivere in un monastero e continuare la sua vita nella piena e consapevole povertà di un monaco birmano.
Diceva di appartenere ad uno dei monasteri più ricchi di Mandalay, ed io ero curiosa di capire quale fosse quel livello di ricchezza. Lo inondammo di domande. Rispondeva a tutte, a tutte quelle di cui capiva il senso.
Io non so come si può descrivere la sensazione d’esser seduti in un vecchio bar senza pavimento, sotto una baracca in ferro e delle sedie di plastica polverose, al tavolo con un monaco birmano che racconta quel che è per lui il buddhismo e la vita in Myanmar a due ragazze che partono in un viaggio con la mera idea di partire per conoscere, per la curiosità di sapere e sapere ancora. Con quella voglia di apprendere senza giudicare.
Io mi sentivo fortunata. Talvolta distoglievo lo sguardo dai suoi occhi, guardavo la strada. C’era solo tanta polvere, e una povertà tangibile come non mai. Eppure lui viveva con una tale ricchezza d’animo e una spontaneità da cui potevo solo apprendere.
E sentirmi fortunata ancora.
E ancora. E ancora centinaia di volte quante fossero le centinaia di secondi passati con quell’anziano signore birmano dalla tonaca rossa.
Ci raccontò dei comandamenti del Buddha, di quanto li rispettassero rigorosamente. Alcuni somigliavano ai comandamenti del cristianesimo, altri li ritenevo più etici.
C’era molta etica in quel che diceva.
Non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non mentire, non bere alcool e non far uso di droghe.
Sentivo molta etica nel buddhismo, da come me ne parlava, da come lo metteva in pratica.
Ci portò di nuovo in giro per Mandalay, ci fece vedere altri templi, alcuni li avevamo già visti, ma non ci importava. Rivederli con lui era sicuramente un’altra sensazione. Finì la sua bottiglietta d’acqua, gli lasciai la mia. La accettò con una tale educazione che quasi non sapevo se potevo averlo offeso dell’offerta che gli avevo appena fatto.

Ci raccontò che ogni birmano deve fare un periodo di noviziato in monastero una volta compiuti i sette anni e prima di compierne venti. È un impegno e un orgoglio per ogni famiglia. Altri invece ci sono solo perché rimasti orfani, o perché la famiglia è troppo povera per potersi permettere di mantenere un bambino in più. E questo vale sia per i maschi, sia per le femmine.
Ci portò al suo monastero, ci fece visitare qualche stanza, ci portò nella sala dove dormono lui e altri suoi compagni.
Li potei capire cosa intendeva quando ci parlava del suo monastero come uno dei monasteri più ricchi di Mandalay.
Avevano dei letti, materassi poggiati a terra con una coperta e un guanciale.
Una vecchia televisione che U Ott Ta Ma teneva spenta, due sedie, un piccolo armadietto dove teneva vecchie fotografie e la sua collezione di francobolli. Qualche giornale.
Non teneva soldi. Non teneva niente.
Ma ci offrì qualcosa da mangiare. Negammo di nuovo. Teneva qualcosa nel suo piccolo armadietto di legno, e noi stavamo veramente pregando in silenzio che il nostro stomaco smettesse di chiederci cibo. Evitammo di accettare quel poco che aveva e anzi, gli lasciammo un po’ del nostro. Lui quasi rimase stupito, ma di no non ce lo disse. Avevamo qualche biscotto, non molto di più, due tre confezioni. Gliele lasciammo su un tavolo basso che aveva vicino al letto e lui non le toccò.
Stava solo rispettando le sue rigide regole.

Ci lasciò vedere il suo album di vecchie fotografie. Scatti in bianco e nero sbiaditi, attaccati senza sequenza cronologica fra le pagine di un album gelosamente custodito al sicuro. Sua moglie, i suoi amici. Lui da piccolo, altra gente con dei nomi strani. Qualcuno che non c’era più, qualcuno che abitava lontano da lui.
La sua collezione di francobolli di tutto il mondo, spediti dai viaggiatori che, come noi, aveva incontrato proprio su quello stesso ponte di Amarapura. Ci fece leggere le dediche, le scritte di gente che veniva un po’ da tutto il mondo e che lui ricordava per nome, e che chiamava “amici”. E li chiamava “amici” anche solo dopo averli visti per un solo giorno, proprio come noi che già ci chiamava “amiche”.
Ed era bellissimo.
Fuori il sole era ancora abbastanza alto. Spuntava dalla finestrella sopra il suo letto. Nella stanza c’era qualche altro monaco, si vedevano qua e la qualcuno che camminava. C’era molto silenzio. E c’era un qualcosa di magico. Tutte quelle tuniche stese ad asciugare fra un letto e l’altro, appese a fili collegati da parte a parte della stanza, tonalità che dall’arancio arrivavano al rosso, il colore più scuro della loro pelle.
Quella semplicità povera che per loro simboleggiava l’essere il monastero più ricco di Mandalay.

Io, io che forse sono nata nella parte giusta del mondo, in quella dove la povertà non è non avere acqua e cibo per giorni, ma è ben altro, io ho avuto quell’opportunità così grossa. Di parlare con chi ha fatto della semplicità la sua ricchezza. Con chi ha tradizioni così diverse dalle mie, e non per questo meno affascinanti. Anzi.
A me piaceva quella sua curiosità nei nostri confronti. E a me piaceva quella curiosità che mi inondò forse il cuore, forse il cervello, tanto da arrivare a farmi tempestare di domande quel vecchio monaco dalle orecchie grandi.
A me piaceva tutto di quella giornata presa un po’ a caso, forse con fortuna, per chi crede alla fortuna. Forse al caso, per chi come me crede un po’ di più al caso.
Anche se è bello poter pensare che forse era un esperienza che eravamo destinate a fare senza averlo nemmeno programmato.

Ci stringemmo la mano più e più volte per salutarci, ci disse che avrebbe chiamato un suo amico che con un tuk tuk ci avrebbe riportato all’hotel. Come riuscimmo a spiegargli dove era situato il nostro hotel non lo ricordo proprio, ma ci riuscimmo. Nonostante tutti quei saluti, decise di accompagnarci nel viaggio di ritorno e dividemmo il piccolo spazio del posto del tuk tuk con lui. La sua tunica che volava un po’ col vento di quelli che credo fossero meno di trenta chilometri orari. Il suo braccio magro che stringeva forte la sbarra alta del tuk tuk per non cadere giù.
Non parlammo molto durante il viaggio di ritorno. Un po’ la stanchezza, un po’ la fame. Un po’ c’eravamo già detti tanto, e io che ancora dovevo immagazzinare quel tutto.

Alla fine arrivammo. Ci fece promettere di mandargli una lettera un giorno, quando saremmo tornate a casa, se ne avessimo avuto l’opportunità, con un bel francobollo da poter collezionare. Ci salutò di nuovo. E se ne andò.
Il rumore del tuk tuk di sottofondo e io ancora che non ci capivo abbastanza di quel che era successo.
Tengo ancora scritto l’indirizzo del suo monastero e prima o poi troverò un francobollo abbastanza bello da potergli spedire.

Io so solo che la bellezza che ho trovato in Myanmar, l’ho trovata per la maggior parte dentro la gente. Dentro i loro occhi, i loro sorrisi, la loro spontaneità. Assurdo pensare a quanto mi facesse strano pensare di avere l’opportunità di poter parlare con un monaco, poter passare un’intera giornata in giro per il centro di Mandalay con lui, entrare in un monastero, vedere come vivono, ascoltare le loro preghiere da lontano. Per loro invece, in tutto ciò, non c’era niente di strano.
Io so solo che la bellezza della gente l’ho trovata anche dentro quel monaco dall’inglese stentato, curioso di sapere da dove arrivavamo, e perché eravamo proprio lì.
Io che non ero mai stata in Asia, che non avevo mai avuto contatto col buddhismo. Io che ho questa voglia di conoscere e di togliermi di dosso tutti i pregiudizi.
Io che in Myanmar stavo trovando un pezzo di mondo che si incastrava perfettamente all’intriso puzzle di miliardi di pezzi che era la mia vita.

Grazie a Fabrizia S., compagna di questo viaggio, che mi ha aiutato a ripercorrere l’esperienza con U Ott Ta Ma.

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Trekking Toscana / Via Ferrata Monte Procinto

Trekking in Toscana, via Ferrata del Monte Procinto, sulle Alpi Apuane meridionali, partendo da Albergo Alto Matanna

Altezza Procinto: 1175 mslm
Periodo: ottobre 2019
E’ stata la mia prima via ferrata. Speciale quanto fantastica. Non presenta grosse difficoltà, ma è da praticare tassativamente con attrezzatura da ferrata perché presenta diversi tratti verticali pericolosi da fare senza attrezzatura. Il sentiero parte dall’Albergo Alto Matanna, per proseguire verso il Callare di Matanna e scendendo verso destra, passando sotto la parete verticale del Monte Nona finché non ci si trova esattamente sotto il Procinto, da dove comincia la vera e propria ferrata.
Consiglio questa descrizione ben fatta per la descrizione del percorso.

Difficoltà: non è faticoso. Richiede uno sforzo maggiore in alcuni tratti della ferrata, ma, essenzialmente è praticabile da chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la montagna. Ripeto, da fare con attrezzatura e scarpe adatte.

Vedere il video per dettagli.

ULTERIORI INFORMAZIONI: clicca qui


Impressioni: Essendo stata la mia prima via ferrata, nonché prima volta in assoluto sul Monte Procinto, ultima vetta delle Alpi Apuane meridionali non ancora da me raggiunta, è stata un’esperienza particolarmente importante.
L’adrenalina non manca, e la sensazione d’esser sospesi quasi nel vuoto, sui passaggi verticali della ferrata, con sotto una buona distanza dalla terra, regala un non so che di perfetto.
Certa che i paesaggi apuani siano qualcosa di unico nel loro genere, vederli da un nuovo punto di vista, scalando letteralmente la roccia di una delle innumerevoli vette delle Dolomiti toscane, è qualcosa da fare almeno una volta nella vita da chi è appassionato di sport estremi, se così il trekking si può chiamare.
Lo consiglio semplicemente a chi ha già messo piede qualche volta sulle montagne e se ne è talmente tanto innamorato da volersi assaporare un nuovo modo per raggiungere le loro vette.




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5 cose che il Surf insegna e di cui dovremmo fare tesoro


La prima volta che misi piede su una tavola da surf, dovevo ancora compiere 21 anni. Era un sogno da tempo ormai, ma per svariati motivi non ero ancora riuscita a metter piede su quelle tavole tanto speciali quanto, a quei tempi, irraggiungibili.
La prima volta che misi piede su una tavola da surf non posso dimenticarla.
Non posso dimenticare la sensazione d’esser sdraiata sul mare, volto rivolto verso la spiaggia, e dietro gli hotel ancora chiusi, in un fuori stagione di primavera da poco iniziata, dietro c’erano le montagne.
La prima volta che misi piede sulla tavola, ci fu qualcosa che mi prese dentro un pezzo di cuore e lo fece suo. Forse quella sensazione inspiegabile. Un po’ strano da pensare, come uno sport qualsiasi possa immergerti in una tale sensazione di vita, che la vita stessa prende tutta un’altra piega.

E caddi. Caddi talmente tante volte, con le braccia stanche date da remate a vuoto verso la line up quasi mai raggiunta, che mi sembrava di essere talmente tanto stanca da non aver dormito negli ultimi dieci anni.
Ed ero estremamente felice.
Stanca.
Quasi distrutta.
Con qualche livido in più, e la pancia un po’ grattata di paraffina appena messa.
E dannatamente in pace con me stessa.
E il resto del mondo perdeva di importanza.
Solo io e il mare, e la tavola, e le onde.

E quando, per la prima volta, presi l’onda, ci fu il respiro mancato, quell’attimo esatto in cui tutto diventa perfetto, come la canzone più bella del mondo messa come colonna sonora dell’attimo più felice della tua vita.
Come quando capisci cos’è la perfezione in un mondo che la perfezione l’ha sempre data per scontata.

Il surf è così.
E’ una dosa intera di adrenalina iniettata endovena senza nemmeno aver avuto prima l’opportunità di un preavviso. Un picco assoluto di serotonina che stacca i neuroni dal cervello e te la fa godere così. Esattamente così.
Il surf è questo.
E’ felicità allo stato più puro, in simbiosi col mondo, col mare e col respiro affannoso che indica nient’altro che vita.
La tua. Vissuta esattamente per bene, come dev’esser vissuta davvero.

Ma il surf è qualcosa di unico nel suo genere, che venga preso come sport o come vero e proprio stile di vita, il surf è un insegnante a tutto tondo. Io, per esempio, ho avuto modo di imparare cose e metterle in pratica nella mia vita di tutti i giorni.
Certo. Assurdo come una “stupida” tavola possa insegnarti tanto, eppure è così. E ci sono cinque cose, per l’esattezza, che sono talmente tanto speciali da dover essere condivise un po’ con tutti, perché si meritano un posto in pole position nel libro dell’etica umana, se tale libro esistesse.


5 DEGLI INSEGNAMENTI CHE IL SURF REGALA

5. RISPETTA LA NATURA, CHE SENZA DI LEI, NEMMENO ESISTEREMMO

Esattamente. Nel nucleo dello spirito del surf si racchiude una cultura della natura particolarmente radicata. C’è un rispetto enorme nei confronti di ciò che ci circonda, perché si prende coscienza di quanto importante, a livello vitale, sia la natura nei nostri confronti. Senza di essa non esisteremmo, senza il mare non potremmo surfare, senza gli alberi ci mancherebbe il respiro.
Il surf, quello vero, quello sano, insegna a rispettare la supremazia di tutti gli elementi della natura.
Molte scuole di surf si stanno muovendo per organizzare eventi di raccolta dei rifiuti sui lungomare di tutto il mondo. Surfisti di fama mondiale promuovono e sensibilizzano una vita più ecosostenibile.
Del resto, se si vuole surfare, dobbiamo non trascurare il mare.
Del resto, se si vuole vivere, dovremmo portare rispetto a chi la vita ce la lascia godere.

4. LA NATURA HA UNA FORZA ESTREMAMENTE PIU’ GRANDE RISPETTO AD UN COMUNE ESSERE UMANO

Il surf insegna a non oltrepassare troppo i limiti del nostro sapere. Non si possono surfare onde troppo grandi se non si è preparati abbastanza, perché quell’onda sarà sempre più forte di noi, e noi siamo piccoli in confronto al mare. Bisogna avere rispetto per chi sta al mondo da più anni di noi. E credo che ogni singola goccia d’acqua che sta dentro ad un oceano ha comunque più anni di qualsiasi essere vivente.
Il surf impone dei limiti, che prima o poi potranno essere anche superati, ma ti insegna a dosare bene la coscienza, a entrare in contatto sincero con te stesso per chiederti se riuscirai o no a cavalcare quelle onde così forti.
Il surf ti insegna a rompere quei limiti, ma ti insegna pure a capire quand’è il momento di farlo.

3. CACCIA VIA QUEL CHE TI FA STAR MALE, SULLE ONDE ESISTETE SOLO TU E IL MARE

Potrei parlare per ore della sensazione di mancanza di tristezza che persiste mentre si è sopra una tavola da surf, che sia standosene comodamente seduti in line up, oppure sdraiati, di fronte ad un tramonto aspettando la serie perfetta, o, meglio ancora, in piedi, cavalcando l’onda che tanto aspettavi.
Surfando, i problemi scivolano via, il tuo corpo prende un peso diverso, lo senti tutto quanto, e senti che si collega al cuore, al cervello, e i pensieri, per un po’, si fermano, ed è tutto concentrato su quel momento, che è perfetto, davvero.
Il surf insegna la pazienza, l’attenzione all’esser costanti, felici, a ricercare la felicità e, ancora di più, a viverla, esattamente come mentre aspetti l’onda, come quando la prendi e il mondo più nero scompare.
Dovremmo focalizzarci così, sulle cose belle, e lasciarsi scivolare via i pensieri negativi godendosi tutti gli istanti appieno, com’è giusto che sia.

2. CONDIVIDI LA TUA FELICITA’, LA TUA ONDA REGALALA A CHI NON NE HA MAI SURFATA UNA

Diverse volte ho portato qualche amico, qualche amica, a surfare con me. Restavano un po’ restii di fronte a quella nuova esperienza, non sapevano se accettare o no. Ma poi lo hanno fatto. Sotto mia felice insistenza. Volevo fargli provare la sensazione inspiegabile che nasce dal mare e cresce al crescere delle onde. Così gli prestavo la mia tavola, gli legavo il leash al piede, gli dicevo come remare, come cercare di alzarsi in piedi. E poi li portavo in mare con me, li tenevo stretti con me e li lanciavo forte all’arrivo dell’onda.
Ecco. Io ricordo i volti di ciascuno di loro. Ricordo i sorrisi. Ricordo gli abbracci felici di chi per la prima volta era salito davvero sulla tavola, sulla sua prima onda.
Io ricordo loro che non sapevano come descrivere quella sensazione, loro che si sdraiavano di nuovo ad aspettare la spinta successiva.
E così per ore. Stanchi morti, felici come da vivi si può essere.
Il surf mi ha insegnato a condividere quella felicità, perché merita d’esser condivisa con le persone a cui si vuole bene. Solo per vedere sul loro volto quegli occhi così belli di chi si sente scorrere la vita addosso un po’ più forte di quel che il sangue scorre ogni giorno.
Regalare quelle onde che avrei potuto prendere io, e regalarle a chi non sapeva nemmeno se accettare o no la mia proposta, vederli felici, vederli presi dal momento, è un qualcosa di troppo bello da poter esser messo da parte.

1. PRIMA DI TUTTO VIVI

Il surf, quando lo senti davvero, quando diventa talmente tanto importante da trasformarsi in qualcosa di estremamente vitale per te, diventa uno stile di vita vero e proprio. Si cerca l’onda ovunque, si viaggia per entrare in un oceano diverso e prendere QUELL’ONDA, quella che sognavi da tanto tempo. Un po’ come quando partì per la California, e in testa avevo quelle belle onde di Huntington Beach che mi chiavano. Il surf ti insegna a vivere per ciò che ami. Ti insegna a lottare per ciò che vuoi, che se vuoi un’onda, la vai a cercare dall’altra parte del mondo, e non esistono chissà quali barriere a frenarti dal viaggio.
Il surf ti insegna che il mare, d’inverno, è freddo come il ghiaccio, ma quell’onda a metà gennaio è così bella che il freddo non passa il secondo strato di pelle, e se passa, non te ne frega abbastanza da farti smettere.
Perché ti insegna che se qualcosa è importante, lo è davvero, a tutti i costi, che se quel che vuoi va al di là di tutto, tu quel tutto saresti pronto a scavalcarlo.
Il surf è così.
Ti insegna un po’ a vivere, un po’ a lottare per ciò che vuoi davvero. Come quell’onda hawaiiana cavalcata da Bethany Hamilton, che hai visto in qualche suo video online, che adesso tu conti i soldi che ti rimangono per comprare un biglietto con destinazione Hawaii.
Il surf ti insegna quant’è bello lottare per ciò che diventa vitale.

Il surf insegna veramente tanto.
E’ una terapia contro il male, contro la tristezza, contro l’infelicità.
Il surf è vita.
Perché te la fa scorrere tutta lungo le vene, col fiato corto, le braccia stanche e sotto il mare.

Il surf insegna la pazienza.
La perseveranza.
La forza e il coraggio.

Sta tutto lì, un po’ a galla nel mare, un po’ fra le onde che ancora devono salire.
E’ vita.
Vita vissuta come dev’esser vissuta per bene.

prima foto in alto di Giacomo P.





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Quella volta che, in cima ad una montagna, ho visto il mondo

Ti racconterei volentieri quel che si prova quando si sale su un sentiero che più lo guardi e più si fa difficoltoso. Un po’ come quando corri, fuori c’è il sole, e tu corri più forte, e non riesci più a respirare. Una montagna è così. Ti toglie il fiato, ti toglie la forza dalle gambe. Ti toglie la forza di controbattere alla sua forza. E, inconsapevolmente, sali sulla cima a stenti, e, alla fine, ti senti più forte, ti senti vivo.
Ti senti le gambe tremanti, la voce spezzata, il fiato corto. E tutto fuori, tutto diventa più bello. Sei talmente in alto che l’orizzonte prende la forma del mondo, nel senso che non è più quella linea orizzontale che divide il cielo dal mare, ma l’orizzonte si ammorbidisce, non è più rettilineo, e si confonde con il resto della Terra.
Quando arrivi in vetta e ti siedi, che il cuore ancora batte a più di centotrenta, e te lo senti scoppiare nel petto, ma fa niente, fa lo stesso, ringrazi il mondo per essere arrivata lassù in quell’esatto istante. Né prima, né dopo. Ma lì, esattamente in quel momento. Il più perfetto che poteva essere.
E ti scordi la fatica, o forse la senti, ma non pesa più come prima, come, insomma, come quando eri in salita e i muscoli bruciavano, le ginocchia mal tenevano, le gocce di sudore cadevano sulle ciglia e annebbiavano la vista.
Ti scordi di tutto, perché non esiste molto di più di ciò che va al di là di quello che è lì, in quella frazione di vita.
E lì c’è il mondo.
C’è il mondo intero.
Io l’ho visto dalla vetta delle montagne che ho scalato.
L’ho visto anche in quel momento.

Gli scarponi sono immersi nella fanghiglia, le mani sono sporche di terra. Non m’importa più niente.
Di fronte a me c’è il mondo.
Non chiedermi di nuovo perché, perché lo faccio.
Del resto potrei chiederti perché tu, invece, non lo fai. E invece ti invito solo a farlo. Lo facciamo insieme se vuoi.
Ritagliamoci un pezzo di vita da incollare da qualche parte fra i ricordi.
Ritagliamoci un pezzo di vita per renderci conto che ne abbiamo solo una, dico,
di vita.
Io, lassù, me la sento tutta addosso. Che sotto uno strato di vestiti, sotto il sudore, sotto tre strati di pelle, ci sta la vita che scorre nelle vene. E lassù scorre più forte.
E’ come portare il cane a fare una passeggiata dopo che è stato tutto il giorno chiuso in soggiorno. Che quando lo sleghi, quell’attimo, freme, e non si ferma. E corre, corre nonostante tutto. E fuori piove, ma lui non lo sente.
O non gli interessa.
Perché è più forte il piacere d’esser lì e la pioggia non è poi così male.
Così fa la vita. Che quando vede che fuori c’è il mondo, ti scorre un po’ più forte laddove di norma si sente solo scorrere sangue.
E il cuore batte. Batte più forte.
E il sole, che sai, da lontano ha tutto un aspetto diverso, lì puoi quasi afferrarlo, e se ti giri c’è già la luna,
finalmente puoi vederli insieme,
e ti assicuro,
te lo assicuro,
è bello.

La gente mi chiede ancora com’è nato l’amore per quelle ripide vette tanto faticose da raggiungere.
Ma l’amore non si spiega.
Non si spiega con le parole, come fosse la prima parola presa a caso dal dizionario.
Che poi cosa vuole saperne, un dizionario, dell’amore.
Ed è amore anche questo, perché non si spiega altrimenti. Ma va bene così. So solo che non posso dare risposta a chi mi chiede perché lo faccio.
Forse lo faccio perché sono innamorata del mondo,
e lassù,
lassù in cima, quasi mi sembra di vedere la punta dell’Antartide,
nonostante tutto, nonostante io sia voltata verso ovest.
Davvero,
io ho visto il mondo da lassù, e non te lo posso spiegare a parole.
La bellezza non si spiega.
La si riconosce, si sente,
e, senza accorgersene, si vive.
Ho visto il mondo da lassù,
l’orizzonte morbido,
che si confonde col resto,
e tutto diventa un po’ più speciale.

ultima foto di Pietro B.





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In Polonia, fra Varsavia, Poznan e Cracovia

Di fronte ad Auschwitz, solo silenzio. E sconforto. E rabbia. D’esser lì a sentirmi ricca di fronte a tutta quella povertà ingiusta.

Poco più di una settimana prima di partire, mi convinsi.
Dissi a me stessa che lo avrei fatto, che avrei davvero realizzato quell’idea apparentemente malsana che, sino a quel momento, era rimasta soltanto in testa.
Avrei preso il mio primo aereo da sola, avrei iniziato il mio primo viaggio in solitaria.
Era già diverso tempo che pensavo potesse essere una buona scelta da fare nella mia vita, ma non l’avevo mai messo davvero in pratica. “Sei una ragazza, da sola, all’estero… ma non puoi partire sola… non viene proprio nessuno con te?… non puoi… non devi
Mi sentivo dire di tutto, e niente di quel tutto mi s’addiceva abbastanza da frenarmi. Sì. Ero una ragazza, ed ero sola, ed ero all’estero.
Ma no, non è vero che non potevo partire da sola, che non dovevo, che non sarebbe stato il caso.
E’ pericoloso.
E’ pericoloso come lo è metter piede fuori casa tutti i giorni, come cercarsi il pericolo laddove non sussiste la necessità di cercarlo.
Inondata da frasi continue di questo genere, era difficile anche per me prendere posizione. Forse dovevo soltanto trovare lo slancio giusto, e quel giorno mi alzai dal letto e prenotai il volo, non ci pensai su molto.
Guardai su Skyscanner i voli con partenza da Pisa, ordinati dal più economico. Togliendo le mete a cui non ero particolarmente interessata, aprì la pagina dedicata ad un volo per Varsavia, mi collegai al sito Ryanair, guardai la cifra totale e impostai Google Maps con uno sguardo ampio sulla Polonia. Zoomai su Varsavia, guardai le immagini, lessi qualcosa.
Sarei andata in Polonia.
Ne ero convinta.
In pochi minuti avevo il PDF di quello che sarebbe stato il mio biglietto A/R per il primo viaggio in solitaria.
In quell’istante, tutte quelle frasi negative ripetute allo sfinimento da chi non si fidava abbastanza del mondo, e non gliene do nemmeno poi così tanto torto, persero di importanza.
In meno di otto giorni sarei partita. Destinazione Polonia.
Non l’avevo mai presa così tanto in considerazione se non per l’idea che un giorno sarei assolutamente voluta andare a visitare Auschwitz, cosciente della sensibilità che mi producevano gli argomenti a riguardo, ma la Polonia, a quanto pare, sarebbe entrata fra i miei ricordi. E avrei fatto in modo che fossero stati tutti belli.

Varsavia è la capitale. Quando la si visita, sembra tutto tranne che la città più importante del Paese. Non perché sia brutta, anzi, tutt’altro, e non per chissà quale motivo. Non sembra la capitale perché è una città particolarmente piccola, accogliente e per niente caotica. La Old Town Square è coloratissima, riprende quella che era la piazza principale della più importante città polacca prima che la Seconda Guerra Mondiale distruggesse l’intera cultura di un Paese bellissimo come la Polonia. E, benché la città più comunemente e tristemente conosciuta per i rastrellamenti umani durante il periodo nazista sia Cracovia, anche Varsavia non manca di ricordare ad ogni suo angolo quella parte estremamente terribile della storia dell’umanità.

In quei giorni potei sconfiggere la stereotipata convinzione della pericolosità di un viaggio in solitaria. Cominciava a piacermi in modo particolare la possibilità di poter girovagare senza meta ben precisa, senza orari e senza necessità di dovermi per forza adattare a un’idea che in quel momento poteva non appartenermi.
Era anche la prima volta in assoluto che presi in considerazione la possibilità di dormire in un ostello in una camera condivisa con sconosciuti e, avendo io grossi problemi ad addormentarmi laddove ci sono rumori o luce, mi odiai a tal punto da non potermi odiare in modo più esteso di quello che già stavo facendo. Finché non mi abituai.
In realtà mi abituai ben poco, semplicemente cominciai ad adattarmi all’idea che, se volevo viaggiare low-cost e farlo pure spesso, dovevo imparare a chiudere occhio anche dentro ad una camera con altra gente sconosciuta che avrebbe potuto farsi passare per la testa la voglia di asciugarsi i capelli in camera alle sette di mattina.
Con la luce accesa.
In compagnia di un’amica che avrebbe potuto dialogare pesantemente già da una ventina di minuti prima.

Uno dei giorni che spesi per passare nella capitale, decisi invece di spenderlo spostandomi per una giornata intera in un’altra città. Posso ben ricordare le sei ore di treno, suddivise a metà fra andata e ritorno, fatte per arrivare molto più a ovest di dove ero, in un treno preso in tariffa economica il giorno stesso, la mattina presto, alla stazione principale della capitale.
Poznan è una città piccolissima quanto fantastica. Ha colori spettacolari, ovunque, sembra una tavolozza completamente aperta alla luce del sole, e i colori cambiano d’intensità a seconda dell’ora del giorno; laddove il sole diventa ombra, i colori diventano più scuri, si intensificano, mentre nella piazza principale, più aperta alla luce rispetto alle stradine strette che la circondano, i colori sono perennemente saturati dai raggi che sparano quantitativi inquantificabili di luce solare.

Cracovia è la città che ho preferito. Ci sono tornata a distanza di poco meno di un anno da viaggio che avevo fatto precedentemente, in cui avevo lasciato un pezzo di cuore abbastanza grosso in Polonia. Cibo buono, gente bella, paesaggi da paura, città che avevano un che di romantico anche per chi, come me, non è classificabile nelle persone apparentemente romantiche.
Fu il mio secondo viaggio in solitaria, e di nuovo scelsi quel grosso Paese dell’Europa dell’est che tanto mi colpì. E neppure quella seconda volta fu da meno. Anzi, Cracovia mi lasciò dentro qualcosa di speciale nonostante la pioggia,
e io odio la pioggia.
Ricordo che prenotai un ostello ad un prezzo estremamente misero, qualcosa come otto euro a notte con, volendo, colazione inclusa nello stesso prezzo.
Ricordo che era un ostello non propriamente pulito, rumoroso, con i muri spessi quanto può esser spesso un foglio di carta poggiato ad un suo simile, ma che era anche a due passi dalla piazza principale, e da una delle pasticcerie con la cioccolata calda più buona del mondo.
Almeno a parer mio, che di mondo non ho visto molto, ma ho come una certa certezza dentro me che mi fa esser certa di quella probabile errata certezza.
Quella cioccolata era buona.
Tantissimo.
Cracovia la girai molto in solitaria, poi decisi di fare un tour gratuito, pagabile con eventuali mance, che mi portò praticamente ovunque, la guida era un ragazzo, gentilissimo, parlava inglese ad un gruppo di viaggiatori provenienti un po’ da tutto il mondo, trovati lì per caso esattamente come me, che il giorno prima avevo semplicemente letto un volantino nella bacheca dell’ostello.
Ricordo benissimo anche l’aver deciso di fare un tour notturno horror. Io, io che odio gli horror. Ma la curiosità, che ormai non sottovaluto più, mi portò a prendermi la briga di farmi una doccia, mettermi su tre strati di termiche accettando d’essere volontariamente e spontaneamente andata in Polonia a fine gennaio, e incontrarmi con questo ragazzo (di cui mi innamorai nel breve periodo, perché i polacchi sono bella gente, e bella, in questo caso, è multi-senso) che fece da guida a me e ad un’altra intrepida ragazza che ebbe la mia stessa malsana idea.
In realtà il tour “Seven Deadly Sins” fu molto interessante, a tratti divertente e a tratti pauroso.
Mi prendo volentieri la briga di dire che i ragazzi della Good Tours Krakow sono stati eccezionali. Ho avuto modo di vedere Cracovia sotto più punti di vista che, forse, senza di loro, non avrei potuto aver modo di godermi.

Da Cracovia, come già da tanto avevo in testa, decisi di prendere un autobus per raggiungere i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Erano anni che volevo farlo.
Spinta dalla curiosità, dalla rabbia, dall’incomprensione, dalla voglia di conoscere, di sapere, di smettere di giudicare. Spinta da un qualcosa che nemmeno io sapevo esattamente come classificare, sentivo la necessità di vedere quel posto già da parecchio tempo. Come fosse quasi un richiamo, sentivo qualcosa che mi diceva che sarei dovuta andare a vedere coi miei occhi quel luogo macabro, quell’inferno a cielo aperto che era la rappresentanza maggiore dello sterminio di esseri umani che di sbagliato avevano, secondo chi credeva d’esser migliore, l’innocenza d’esser semplicemente nati.
Sinceramente, mi pento d’aver preso un bus turistico, mi pento di aver fatto un tour estremamente turistico, mi pento di aver fatto tutto con tutta quell’estrema fretta data dall’aver scelto un qualcosa di così turistico. Tornassi indietro, preferirei prendere un autobus classico, o noleggiare un’auto, e andare a vedere i due campi in solitaria. Senza fretta. Senza la freddezza di un tour, laddove di tour non dovrebbe esserci proprio niente, ma solo e soltanto comprensione.

Sinceramente parlando, ripensandoci, io non avevo capacità di parlare, di fronte a quel tutto, a quel niente, a quell’abisso dell’umanità.
Non potevo parlare laddove la gente, nemmeno cento anni prima, non faceva che stringere i denti per non urlare.

Condivido un pensiero che scrissi circa un anno fa a riguardo.

Prenotai il viaggio in autobus, di quelli con l’aria condizionata, la televisione, la guida turistica, da Cracovia al Campo di Sterminio.
Era tutto turistico.
In non mi ricordo dopo quanto tempo, ma arrivammo davanti a quel cancello.
C’era un bar.
C’era un bar, un negozio di cianfrusaglie, e troppo trasando.
Togliete quel bar.
Togliete quel negozio.
Odiavo vedere tutte quelle cose di fronte al grigio di quei cancelli.
C’era tanta gente,
e la gente fumava,
e come puoi fumare di fronte ai camini? mi chiedo.
E la gente rideva,
e come puoi ridere su un campo di morti?
E la gente si faceva le foto sorridendo.
E come puoi sorridere di fronte alla morte? mi chiedo.
Mi fate rabbia.
Dentro di me urlavo il silenzio, speravo che la gente se ne accorgesse.
Non volevo neppure scattare le foto.
A cosa scattavo la foto, poi? Ero in un cimitero.
Il rispetto.
Ma volevo ricordare.
Volevo ricordare di avercela fatta. Di aver avuto a che fare, per poco tempo, con la crudeltà della gente.
E farne tesoro.
E imparare a odiare la guerra.
E l’odio.
Volevo urlare a quella gente di fare silenzio. Ma non potevo urlare.
Mi davano fastidio i miei passi.
Mi dava fastidio tutto.
Mi sentivo in colpa ad essere lì, con il mio cappello, i miei guanti, il mio giacchetto e le due maglie termiche.
Mi dava fastidio avere un iPhone in tasca, i soldi nel portafoglio, i documenti che attestavano che io, lì dentro, avevo un nome.
Mi sentivo uno schifo a entrare nei vecchi forni crematori.
A osservare.
A non avere la forza nemmeno di far scendere una lacrima, ma forse avrebbe fatto troppo rumore.
Io non so se ci siete mai stati,
se avete visto quanto si estendono quei fili spinati, che andavano ben oltre la nebbia, ben oltre il mio campo visivo.
Avrei voluto volare per non calpestare quella che un tempo era la polvere di chi, lì, aveva calpestato il fango prima di me.

E, purtroppo, non c’è molto altro da dire, perché c’era il silenzio che parlava al posto delle parole.
Non dimentichiamoci di non smettere di ricordare quel che è successo.
Mai.
Promettiamocelo.


Sinceramente, spero di poter tornare in Polonia il prima possibile. Ha un fascino particolare, e, pur essendo in Europa, rimane molto diversa rispetto a quel che normalmente si è abituati a vedere dell’Europa. C’è qualcosa di suo, di speciale, un po’ come in tutto il mondo, del resto.
E la Polonia ha quel qualcosa che è solo suo,
e quel che ho visto è lì dentro al cuore, e non ce lo tolgo più.
O non ce lo voglio togliere più io.
Fa lo stesso.
So solo che, quando l’ho salutata, le ho detto arrivederci, che agli addii le ho promesso che ci avrei pensato più tardi.


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